Pubblicato da: F.C.N. | 1 febbraio 2011

Isle of the Dead

Isle of the deadIl vampiro dell’isola è uno di quegli horror RKO prodotti da Val Lewton privi degli stilemi classici dell’horror dei “mostri”: non c’è la classica lotta tra “bene” e “male” incarnati in un “buono” e in un “cattivo”. In questo film “bene” e “male” si confondono e si compenetrano assumendo la forma dei conflitti interiori dell’animo umano, della lotta tra “ragione” e “follia”. Alla fine non è il “bene” a vincere sul “male”: la religione, qui incarnata dal culto pagano per il dio Mercurio – unico appiglio dei sopravvissuti, incominciato per gioco – viene sconfitta; la scienza viene sopraffatta; finanche la superstizione alla fine perde.
Una vera e propria personificazione del “male” non c’è: il “male” e il “bene” si rivelano essere nulla più che invenzioni, illusioni della mente umana. Il solo a vincere è l’amore, la fede nell’innocenza di chi doveva, apparentemente, per la cecità della superstizione, essere la “Vorvolaka” (figura vampiresca della tradizione greca). Non è il “vampiro” del titolo italiano (che in realtà, appunto, non esiste, rivelandosi l’ennesima trappola della mente) a venire sconfitto, ma l’ignoranza e la superstizione della vecchia greca, che, forse per invidia, accusa la bella Thea (Ellen Drew) di essere l’incarnazione dello spirito maligno… e ne esce sconfitto anche l’ottuso militarismo del generale Pherides, rinchiuso nel suo rigore marziale, che si rivela essere soltanto una scorza all’interno della quale si nasconde un uomo mentalmente debole.
“L’isola dei morti”, a cui fa riferimento il titolo originale del film diretto da Mark Robson, è proprio quella di Arnold Böcklin, paradossalmente tanto amata da Adolf Hitler, che nel film appare riprodotta fedelmente in una matta: è l’isola-cimitero di una regione greca in guerra verso cui si dirigono i protagonisti del film, azione che rappresenta l’inizio di un viaggio interiore: essa si trova poco distante dal campo di battaglia nel quale opera il generale Pherides. Ennesima allegoria a cui sottende l’intera pellicola, rappresentando infatti la battaglia interiore al cuore dell’uomo: la battaglia “reale”, sul campo, non è che la manifestazione esteriore di questo conflitto interiore, non a caso, non appena la “battaglia” che avviene sull’isola volge al termine, il generale Pherides sottolinea che “non c’è più alcuna battaglia” al di fuori dell’isola: ancora una volta, il solo nemico dell’uomo è sé stesso e nel momento in cui egli vince su di sé, vince sul mondo intero.
Bisogna infine rilevare con amarezza che i film di Val Lewton, che ammontano a sole 14 pellicole, sono stati sì pubblicati negli Stati Uniti in modo ordinato in un unico cofanetto onnicomprensivo, ma che in Italia, purtroppo, non gli è stata riservata la stessa (giusta) attenzione. I suoi film sono infatti disponibili solo in parte in DVD, per di più pubblicati dalle più disparate case e collane: Il bacio della pantera, L’uomo leopardo e Manicomio (presentato con il titolo originale, Bedlam), sono finiti nelle mani della ElleU Multimedia; La settima vittima in quelle della Sinister Film (la candidata ideale per raccoglierli tutti in un cofanetto ricco di speciali); Ho camminato con uno zombie è stato pubblicato dalla Stormovie; Il giardino delle streghe, La jena e questo L’isola del vampiro dalla Sony Pictures nella collana RKO Collection. Degli altri (i mai doppiati The Ghost Ship, Mademoiselle Fifi, Youth Runs Wild, My Own True Love e gli ultimi film meno conosciuti degli anni cinquanta Credimi e La rivolta degli Apaches) non ho traccia, ignoro se ne esista una edizione italiana, e perciò, per vederli bisogna affidarsi come sempre alla Pia Opera di Enrico Ghezzi.

Scheda
titolo: Il vampiro dell’isola 
titolo originale: Isle of the dead
regia: Mark Robson
nazione: USA
anno: 1945

Annunci

Responses

  1. Leggo altri pareri in rete di persone che l’hanno trovato “noioso”, lungo e monotono… mah, sarà che a me piacciono le opere lente e cupe, con atmosfere sospese, e non sopporto i film fracassoni e ultraveloci che vanno di gran moda al giorno d’oggi, dove non si capisce niente e dove tutto sembra solo una gran corsa all’effettone e a far vedere quanto si è fighi e quanto si è “gggiovani”.
    Per migliaia d’anni si sono rappresentate opere “lente” e “monotone”, la moda della “velocità” risale al massimo ai due ultimi decenni. Ora, se c’è un limite è nella capacità di attenzione da parte di chi non riesce a seguire un’opera quale una commedia teatrale, un’opera lirica, uno sceneggiato Rai o un film come questo.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: