Pubblicato da: F.C.N. | 24 giugno 2012

Space Disco & Cosmo Sound

Space

Gli Space

Sul finire degli anni settanta, nel continente europeo, a partire dalla Francia, prende vita un mirabolante sottofilone della eurodisco – anche se le band che lo compongono non appartengono sempre esplicitamente al genere – che prende il nome di Space Disco, ma che è conosciuto anche come Cosmo Sound: mentre la prima definizione va senza dubbio utilizzata per la discomusic con ambientazioni fantascientifiche, la seconda calza a pennello all’elettronica “cosmica” di formazioni quali Rockets, Space o I Signori della Galassia, che utilizzano comunque una ritmica cadenzata viepiù danzereccia che ambient. Caratteristica di questo sottogenere musicale è quella di ispirarsi in maniera più che manifesta alla fantascienza, a quella più pacchianamente futurista, ricca di abbigliamenti tecno-glam, di tutine argentate con spalle rialzate, collettoni stratosferici, salsicciotti di gomma piuma attorno a braccia e gambe e tantissimi colori metallizzati. Non c’è un film di fantascienza esteticamente così estrema da poter fare da riferimento a una simile moda, forse soltanto alcuni fumetti o cartoon… Si tratta infatti di una visone sotto acido dei Jetsons (autentica famigliola space age degli anni cinquanta/sessanta, qui conosciuta come I pronipoti, in contrapposizione a Gli antenati, cioè i Flinstones), che hanno scelto come sarto Gary Glitter e come arredatore lo scenografo di Scontri stellari oltre la terza dimensione. È uno scenario sci-fi claustrofobico, da studio televisivo (si pensi al varietà Galassia 2), più che da immensi spazi cosmici, e ad arricchire questo presepe glam-futurista, arrivano presto i remagi alieni che, portando in dono la loro musica, detteranno i canoni estetici e musicali del fenomeno.
Già, non basta certo il solo look per entrare a far parte di questa corrente (e ci mancherebbe: non siamo ancora alle gothic lolita!), che, per quanto importante, non è comunque sufficiente a motivarne l’adesione. Necessita infatti anche un corredo di sonorità, basate quasi esclusivamente su sintetizzatori ricchi di nuovi e curiosi effetti “spaziali” (usati e abusati anche dalle sigle dei cartoni animati mecha), che contribuiscono a far calare gli artisti del genere in questa atmosfera in assenza di gravità, scaraventandoli in un universo cosmico alieno, popolato da mostri metallici e marziani deformi.

Scontri stellari oltre la terza dimensione

Scontri stellari oltre la terza dimensione

Il fenomeno esplode guarda caso nel 1977, anno in cui Guerre Stellari di George Lucas rivitalizza la fantascienza spaziale infondendole nuova linfa e producendo così un film di successo enorme, che diviene in breve tempo popolarissimo in tutto il pianeta tanto da produrre molteplici cloni, da Cosmo 2000: battaglie negli spazi stellari (1978), di Alfonso Brescia, e L’umanoide (1978) di Aldo Lado, dal già citato con altro titolo Star Crash (1978) di Lewis Coates (Luigi Cozzi) a Dünyayı Kurtaran Adam del 1982 (letteralmente “L’uomo che salvò il mondo”, ma popolarmente conosciuto come il “Guerre Stellari turco”), e contaminare soprattutto il mondo dei giocattoli, quando persino la Atlantic, specializzata in soldatini, sforna la prodigiosa Galaxy Series. Ma la fantascienza spaziale anni settanta non è certo stata inventata da Lucas né dai suoi epigoni! Molto dell’immaginario che ritroveremo nella Space Disco era già presente, e in modo molto più marcato, in opere televisive antecedenti, quali soprattutto Le avventure dell’astronave Orion (1966), UFO (1969-1970), Spazio 1999 (1975-1977) e Star Maidens (1976), da noi conosciuto come Medusa, ma distribuito malamente solo in qualche tv locale: tutte opere commentate da musiche dal carattere “cosmico”.

On the road again

On the road again (7″)

A questo immaginario si ispirano i Rockets, autentici portabandiera del genere, con i loro dischi “spaziali”, avanguardisti del genere, che la band comincia a proporre, in anticipo sui tempi, già attorno alla metà del decennio. I Rockets nascono come Crystal in Francia nel 1972, con look e musiche completamente diversi da quelli che conosciamo. Un paio d’anni più tardi, rasati i capelli, indossate tute “aliene” e pittati d’argento, si esibiscono come Rocket Men e incidono il singolo omonimo, forse ispirati dal serial cinematografico dei primissimi anni cinquanta sulle avventure di Commando Cody, noto appunto come Rocket Man poiché in grado, grazie ad uno speciale equipaggiamento, di volare come un “missile umano”. Nel 1975 cambiano infine il nome in Rockets, nome che manterranno fino al semi-scioglimento degli anni ottanta,  e incidono Future Woman. Con l’LP successivo lanciano anche uno spettacolo a base di fumi, luci laser e un bazooka che spara fiamme lunghe tre metri! Ma è con i successivi I’m on the road again e Electric delights (quest’ultima contenuta nell’album Plasteroid, in cui troviamo anche la bellissima Anastasys, utilizzata come sigla per l’opera televisiva di Daniele D’Anza L’ospite inatteso), probabilmente i singoli più conosciuti e amati, che la band assurge al successo pop internazionale, toccando, nei loro tour, anche gli Stati Uniti, dove scelgono di chiamarsi Silver Rockets, per distinguersi da un gruppo rock’n’roll di Detroit loro omonimo. Il sound del gruppo è sostenuto dalle tastiere di Fabrice Quagliotti, che col suo Mini-Moog crea quel sound “cosmico” che sarà la caratteristica della band. La gloria del gruppo comincia a calare negli anni ottanta, quando, parallelamente a band quali i Village People, abbandonano il loro look storico, abbracciando costumi e musiche troppo influenzate dalla new wave britannica.
Purtroppo questo è uno degli errori più gravi, che porta alcuni componenti, Calude Lemoine, Christian Le Bartz, Alain Groetzinger, ad abbandonare la band, che, con l’adesione da parte di Sal Solo, ex Classix Nouveau, cambia nome diventando Rok-Etz, e Roketz in Italia. Sciolti nell’86, si sono riformati brevemente nel 1992, sfornando un album, Another Future, che contiene persino brani rap! Infine si sono nuovamente riformati dal 2000 al 2009, realizzando alcuni altri album, che hanno però clamorosamente deluso le aspettative di fan e critica.

Space - Magic Fly

Magic Fly (7″)

L’altra band che ha contribuito a creare e a mantenere il genere sono gli Space, fondati dal tastierista Didier Marouani, già supporter di artisti quali Johnny Hallyday e Joe Dassin. Marouani si dimostra più interessato alle sperimentazioni sonore che a cantare, e per questo forma il gruppo con il quale, grazie al singolo Magic Fly, otterrà il successo internazionale. Il gruppo si scioglie nel 1980, per tornare a riformarsi appena due anni più tardi e riscuotendo così consenso in vari paesi del mondo, tanto da ottenere, su richiesta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), di suonare per il decennale del lancio del razzo Ariane. Le loro apparizioni erano caratterizzate da raggi laser ed effetti speciali e dal bizzarro look della band, che si presentava sul palcoscenico regolarmente bardata in tute spaziali argentate, per eseguire le sue splendide “sinfonie spaziali”, in grado di creare quelle particolari, ineguagliabili e personalissime, atmosfere “cosmiche”. La loro affiliazione alla discomusicè tuttavia solo casuale: gli Space, con i loro suggestivi tappeti sonori, potrebbero tranquillamente essere considerati parte di quel loungefrancese, da Jean-Jacques Perrey in poi molto attento alle sonorità elettroniche. Da ricordare che il look degli Space è stato preso a modello dal gruppo neo-loungeThe Moog Cookbook, che, nella seconda metà degli anni novanta, ha realizzato due squisiti album di cover di brani pop e rock utilizzando esclusivamente il Mini-Moog.

Meteor Man

Meteor Man (7″)

Il terzo nome da annoverare tra gli iniziatori del genere, anche se con un contributo musicale minore, ma senz’altro parimenti popolare all’epoca, è quello della bella Dee D. Jackson, nome d’arte dell’inglese Deadrie Cozler, nata ad Oxford ma presto espatriata prima in Germania poi stabilita in Italia. In territorio teutonico diventa Dee D. Jackson grazie al fiuto dei due talent scout Patty e Gary Unwin, che la ribattezzano e le fanno indossare una tutina di lurex ed un personaggio cucito su misura: quello della Disco Queen spaziale. Personaggio che le va a pennello se, proprio grazie a questo e ad una serie di splendidi singoli quali Meteor Man, Automatic Lover e Fireball, Dee D. Jackson riscuote un clamoroso successo cantando nelle sue caratteristiche pose plastiche accanto a un robottone, all’interno del quale si succedono ballerini e comparse varie. Dee. D. Jackson abbandona presto il filone, dissolta infatti la passione per la discomusic e affievolito il fugace successo, Deadrie negli anni ottanta cerca più volte di riciclarsi in veste di cantante sexy (Wich way is up?, brano in autentico stile Blondie), ma le cose purtroppo non le vanno per il meglio e il successo sfuma, ma continua a produrre singoli per tutti gli anni ottanta e il suo fascino e la sua bellissima voce negli anni non sono affatto sfumati.

Onyx

Onyx (7″)

Quasi a far da eco ai musicisti connazionali, un’altra formazione francese utilizza anch’essa il nome “Space”, ma unito al nome “Art”, quasi a voler prendere le distanze dal filone: gli Space Art sono un duo formato da Dominique Perrier (tastiere) e Roger Rizzitelli (percussioni) che si presentano anche loro bardati delle immancabili tute argentate, anche se più che spaziale, il loro aspetto appare… ignifugo! Sembrano infatti indossare le tute in amianto tipiche dei pompieri… Nel 1977 gli Space Art ci offrono comunque il bel singolo Onyx dalla brutta copertina: la loro è, parallelamente a quella degli Space, musica elettronica strumentale molto più d’atmosfera che da balera (si avvicina, quasi, ai lavori di Jean-Michel Jarre). A questo singolo segue lo stesso anno Speedway, altro brano strumentale, ma meno efficace della hit che li ha resi celebri. Parallelamente sfornano ben due LP nello stesso anno: l’omonimo Space Art, legato al singolo Onyx, e Trip in the Center Head, legato invece al singolo Speedway, ma che contiene anche l’allucinata L’obsession d’Archibald. Gli Space Art arrivano nel 1977 e se ne ripartono, sulla loro astronave, nel 1981, dopo averci fatto dono di un terzo album, Play Back (1980) e di un altro singolo d’atmosfera, Symphonix (1981), dalle sonorità più rock, quasi pinkfloydiane (ricorda davvero lavori space rock come The Dark Side of the Moon o Wish You Where Here).

Star Wars Theme/Cantina Band

Star Wars Theme/Cantina Band (7″)

Della Space Disco fa parte con qualche riserva Meco, ovvero Meco Monardo, celebre produttore di discomusic, anche se musicalmente risulta essere il meno “cosmico” degli artisti qui trattati, ma lo è certamente per il genere delle musiche scelte per i suoi remix disco, ovvero colonne sonore di film di fantascienza. Il successo di Meco arriva infatti grazie alla rivisitazione in versione disco della soundtrack del successo cinematografico del 1977, già citato in apertura, Guerre Stellari, che diviene il singolo Star Wars Theme/Cantina Band. La musica composta da John Williams viene infarcita di effetti speciali e dotata di una coinvolgente sezione ritmica disco: che la forza sia con Tony Manero! Il successo spinge Meco a produrre altre versioni disco di colonne sonore di film di fantascienza: seguono infatti Close Encounters (da Incontri ravvicinati del terzo tipo, sempre nel 1977), Empire Strikes Back (da L’impero colpisce ancora, 1980), Ewok Celebration (da Il ritorno dello Jedi, 1983), ma anche le colonne sonore di successi hollywoodiani come Over The Rainbow/We’re Off To See The Wizard (da Il mago di Oz, pubblicata nel 1978).

Ping Pong Space

La copertina aperta di Ping Pong Space (7″)

Al filone della Space Disco cominciano così ad accodarsi in molti. Tanti sono infatti quelli che, almeno con un disco, danno il loro contributo al filone “spaziale”. Tra tutti costoro spicca senz’altro la starlette televisiva del momento: Gloria Piedimonte, cioè la “guapa” di Discoring, che ballava inguainata in un vestito stracciato al ritmo di Guapa dei Bus Connection (ma con la voce di Gianni Boncompagni). Abbreviando il proprio nome in Gloria e facendosi fotografare in tutina argentata con in mano un robottino, si esibisce in un piacevole sussurrato nel pezzo Ping Pong Space: una tastiera cerca di farci perdere il senno, mentre il ritmo ci spinge al ballo più sfrenato (c’è qualcosa della sigla dello sceneggiato Pinocchio, aumentata di giri, nelle note del pezzo): come la mitica Pop Corn in cui si simulava lo scoppiettio dei semini di mais, qui la tastiera elettronica cerca di ricordare il suono della pallina che rimbalza sulle racchette di legno del tennis da tavolo. Ma non basta: il clou è rappresentato proprio dal suono della pallina in presa diretta, registrato con il celebre effetto conosciuto con il nome di panning, quello, cioè, di far passare il suono da una cassa all’altra, dando l’impressione, negli impianti quadrifonici, che la musica giri attorno all’ascoltatore. Ping Pong Space appare anche nei titoli di testa del film Il commissario Verrazzano del 1978, dove possiamo ammirare Gloria Piedimonte, agghindata nella sua tutina argentata, che agita una racchetta da ping pong con movimenti meccanici e al ritmo della musica, circondata da un codazzo di ballerini metallizzati. Ping Pong Space è il primo di tre singoli prodotti dal 1978 al 1983: nel secondo Uno (1978) proseguirà la sua strada con altri due bei brani disco sexy, altro genere di gran voga in quegli anni, mentre con Ma che bella serata (1983) virerà bruscamente verso l’electropop. Dopo anni di silenzio Gloria Piedimonte è ritornata nel 2010 con il nuovo singolo Sogno in blu.

Da ascrivere al filone anche sono certamente anche gli Herman’s Rocket, capitanati da Jean-Pierre Massiera, considerato il “più prolifico produttore francese” degli anni settanta. Il loro singolo Space Woman, contiene tutti i canoni del genere: vocoder in testa. Il gruppo, tuttavia, dopo aver sfornato un album con lo stesso titolo del singolo, si dissolse: il minimo indispensabile per venire inclusi nel genere.

It Takes Me Higher

It Takes Me Higher (7″)

Gruppo che fa propria la missione del Cosmo Sound sono gli austriaci Ganymed, di cui la più celebre hit è senz’altro It Takes Me Higher del 1978, che in Italia è stata utilizzata come sigla del popolare cartone giapponese Gaiking, il robot guerriero. Caratteristica del loro show è quella di apparire bardati delle solite tutine argentate, sovrastate però da delle ridicolissime maschere extraterrestri, le cui fattezze ricordano vagamente quelle dell’alieno ALF (sigla che sta per Alien Life Form, forma di vita aliena), protagonista delle serie televisiva statunitense omonima di fine anni ottanta. Utilizzando pseudonimi degni di un fumetto fanta-porno (Pulsaria, Vendd, Izl, Cak, Suk, Kroonk – gli ultimi tre sembrano delle autentiche onomatopee!), il gruppo era capitanato dalla bionda Yvonne Dory (Pulsaria) ed ebbe tra i suoi membri anche il noto Johann Hölzel, meglio conosciuto come Falco, sfornò tre album e una manciata di singoli in piena era Space Disco, cioè dal 1978 al 1980, scomparendo nei primi anni ottanta.

Si avventura brevemente nel genere anche Cerrone, artista francese di origini italiane, con il brano Supernature (1978). Su una poderosa cavalcata di basso, si innestano tastiere ed effetti elettronici, ma si rinuncia a tutto il corredo di voci metalliche, tutine argentate ed effetti fantascientifici. Il richiamo a una fantascienza di genere apocalittico, comunque, c’è tutto nei testi e nel video, in cui compare una ragazza nuda braccata da uomini nudi con teste di animali che si trasformano in scienziati, mentre Cerrone si presenta con i suoi soliti pantaloni bianchi a zampa e camicia scollatissima dalle fantasie improbabili (senz’altro la cosa più apocalittica del video).

Cosmic Traveller

Cosmic Traveller (7″)

Emanazione di Alec R. Costandinos, personaggio la cui presenza attorno alla dance sarà pressoché costante anche nel decennio successivo, sono i Sumeria, altra band dal tipico sound e aspetto Cosmo. Un gruppo di tipi vestiti in pantaloni e camiciole argentate, con la faccia colorata stile Rockets, ma con labbra e occhi pittati di nero e con in testa una parruccona a caschetto platinata, ci propongono il singolo Cosmic Traveller, che, su ritmi disco-soul, chitarre e sintetizzatori, sembra cercare di seguire la moda più che crederci sul serio.

Si muove molto meglio nel genere Sarah Brightman, soprano inglese diun certo spessore, e ora ben ambientata in un genere crossover tra musica lirica, rock operistico e new-age, che ha esordito nel 1978 con un brano divenuto assai popolare appartenente proprio al genere Space Disco: I Lost my Heart to a Starship Trooper, chiaro riferimento agli Stormtrooper di Guerre Stellari (i soldatini dall’armatura bianca che combattevano per Darth Vader). Rieccoci a effetti speciali degni di 2001: odissea nello spazio, un accenno all’Also spracht Zarathurstra, incalzanti ritmi disco, tutine argentate, voci metalliche ed effetti sonori che sembrano registrati durante una battaglia a suon di pistole laser. La Brightman ritorna al genere l’anno successivo con I love in a U.F.O. e ancora con il brano The adventure of the love crusader, ma non ci siamo più: per Sarah Brightman il Cosmo Sound e la discomusic tout court sono stati solo un fuoco fatuo, dal quale sbrogliarsi al più presto approdando a generi più “maturi”.

Archeopterix

Archeopterix (7″)

Interessante gruppo “Cosmo” tutto italiano, invece, che nulla ha da invidiare ai colleghi d’oltralpe, sono i genovesi I Signori della Galassia, band a metà strada tra Space Sound e Progressive, che possiamo definire tranquillamente “i Rockets italiani”: una spruzzatina di brillantini in faccia su barbe folte, ambientazioni spaziali e abbigliamenti fantascientifici da Elvis del 21esimo secolo. C’è però da sottolineare che, nei pochi anni di vita della formazione (grossomodo dal 1978 al 1980), I Signori della Galassia non si sono mantenuti sempre fedelissimi al genere, sconfinando nel migliore dei casi nello sperimentale, nel rock o, nel peggiore, nel melodico, con mediocri canzoncine degne dei Collage o dei Cugini di Campagna. Davvero belle comunque le loro musiche elettroniche “cosmiche” di brani, per lo più strumentali, quali Proxima Centauri, Iceman, Fermate la creazione, Odyssey o Archeopterix. La band pubblica principalmente su etichetta Ri-Fi, e il suo batterista, Beppe Aleo, fonderà negli anni ottanta l’etichetta VideoRadio, responsabile di aver prodotto singoli interpretati da “VIP canterini” oggi di una discreta rarità.

U.F.O. Disco Dance

U.F.O. Disco Dance (7″)

La Ri-Fi è responsabile della pubblicazione anche di un altro singolo “Space” italiano, ridondante effettacci elettronici sintetici, ma dal ritmo incredibilmente “mediterraneo”, tanto da creare un contrasto dal sapore un po’ kitsch: si tratta di U.F.O. Disco Dance di Sergio Farina, musicista che ha collaborato a dischi di moltissimi artisti italiani. Sui suddetti effetti, infatti, strimpella una chitarra che potrebbe lontanamente suggerire parentele con gli assoli di un Mike Oldfield epilettico in preda a delirium tremens…

Passa per la Space Disco anche Annie Chancel, meglio nota come Sheila, cantante francese dalla lunga carriera che ha cavalcato un po’ tutti i generi, partendo dallo ye-ye degli anni sessanta, per approdare alla discomusic negli anni settanta, periodo nel quale adottò il nome di Sheila B. Devotion, genere chepoi lasciò per esplorarne molti altri durante gli anni ottanta, compreso un piacevole rock dal sapore un po’ new wave. Il suo contributo al genere è estremamente esiguo, ma con un brano così fondamentale da diventare un classico dei classici dell’eurodisco anni settanta: quel poderoso Spacer del 1979, remixato un’infinità di volte e coverizzato malamente dagli Alcazar nel loro Crying at the Discoteque nel 2001. È il solenne inno di addio alla disco: sono gli ultimi fuochi accesi dal genere prima dell’ecatombe finale, che porterà alla ignominiosa “Notte dei Cristalli” della discomusic, la “Disco Demolition Night”, evento luttuoso tenutosi al Comiskey Park di Chicago nella notte del 12 luglio del ’79, durante il quale, all’urlo di “Disco Sucks” (“La disco fa schifo”) furono letteralmente dati alle fiamme pile di vinili contenenti la tanto osteggiata musica disco, e che rappresentò la fine di un’epoca.

I Wanna Be Your Lover

I Wanna Be Your Lover (7″)

Ma la “musica spaziale” continua a sfornare per almeno un anno ancora qualche buon singolo. In coda al fenomeno si aggiungono infatti anche i La Bionda (i fratelli Carmelo e Michelangelo La Bionda) che nel 1980 realizzano l’album I Wanna Be Your Lover, contenente il singolo omonimo, un tardo esempio di Cosmo Sound. Ormai siamo più sul versante della new wave, soprattutto dell’electropop, che tra il ’79 e l’82 produrrà una moltitudine di successi da hit parade. Ma i La Bionda paiono non esserne consapevoli, sembrano credere ancora nella Grand Armée del Cosmo Sound, che, proprio nel 1980, avrà la sua Waterloo venendo definitivamente spazzata via dalle orde monarchiche della Novella Onda provenienti dalle rive di Albione. Il videoclip è un cartone animato fantascientifico in cui i due fratelli La Bionda appaiono animati nelle vesti di due astronauti che corrono appresso a un fantasma femminile su di un asteroide sperduto, dove rimarranno intrappolati per sempre. Cartone animato spettacolare, che pare riallacciarsi alla splendida fantascienza fumettistica di gran voga in quegli anni e oggi purtroppo perduta, sommersa dall’ondata di inutili e stereotipati manga giapponesi, e che allora veniva degnamente espressa da belle riviste come Metal Hurlant, 1984, Totem, L’Eternauta e Comic Art.

Ma ormai non è più tempo di Space Disco e quel filone che ha generato favolosi artisti e strepitosi prodotti musicali, così rapidamente com’è comparso, piovuto sulla Terra da una lontana galassia, altrettanto velocemente scompare nel nulla, lasciando soltanto un ricordo fatto di lurex, brillantini e ceroni metallizzati. La sua eredità viene comunque presto recepita da altri generi musicali, soprattutto quel tecno-pop nel quale l’uso di una strumentazione elettronica composta da sintetizzatori e drum machine è praticamente d’obbligo, deve molto ai primi sperimentatori elettronici “pop” quali gli alfieri del Cosmo Sound. Non solo i capaci e celebrati Kraftwerk, ma anche altri artisti che, accanto all’utilizzo di sonorità sintetiche, facevano anche uso teatrale di costumi “alieni” in uno show improntato su tematiche fantascientifiche, Gary Numan per tutti.

Artisti
Cerrone (Jean Marc Cerrone – Francia)
Dee D. Jackson (Deadrie Elaine Cozier – Gran Bretagna)
Ganymed (Austria)
Giorgio Moroder (Germania)
Gloria (Gloria Piedimonte – Italia)
Herman’s Rocket (Francia)
I Signori della Galassia (Italia)
La Bionda (Italia)
Meco (Meco Monardo – USA)
Rockets (Francia)
Sarah Brightman (Gran Bretagna)
Sergio Farina (Italia)
Sheila & B. Devotion (Annie Chancel – Francia)
Space (Francia)
Sumeria (Alec R. Costandinos – Francia)

Discografia essenziale della Space Disco/Cosmo Sound (1977 – 1980)

1977
Dee D. Jackson Automatic Lover (7”)
Herman’s Rocket Space Woman (7″)
Herman’s Rocket Space Woman (LP)
Meco Encounters of Every Kind (LP)
Meco Music Inspired by Star Wars and Other Galactic Funk (LP)
Meco Star Wars Theme/Cantina Band (7”)
Meco Theme from Close Encounters (7”)
Rockets Rockets (LP)
Rockets Space Rock (7”)
Space Magic Fly (LP)
Space Art Onyx (7”)
Space Art Space Art (LP)
Space Art Speedway (7”)
Space Art Trip in the Center Head (LP)
Sumeria Cosmic Traveller (7”)
Sumeria Golden Tears (LP)

1978
Automat Automat (LP)
Automat Droid (7″)
Cerrone Supernature (7”)
Dee D. Jackson Cosmic Curves (LP)
Dee D. Jackson Meteor Man (7”)
Ganymed Saturn (7”)
Ganymed It Takes Me Higher (7”)
Ganymed Takes You Higher (LP)
Gloria Ping Pong Space (7”)
I Signori della Galassia Qualcosa si crea nulla si distrugge (LP)
Rockets On The Road Again (7”)
Rockets On The Road Again (LP)
Sarah Brightman & Hot Gossip I Lost my Heart to a Starhip Trooper (7”)
Sergio Farina UFO Disco Dance (7”)
Space Deliverance (LP)
Space Art Nous savons tout (7”)
Sumeria The Man from the Stars (12”)

1979
Ganymed Future World (LP)
I Signori della Galassia Archeopterix (7”)
I Signori della Galassia Iceman (LP)
Rockets Electric Delight (7”)
Rockets Plasteroid (7”)
Rockets Plasteroid (LP)
Sarah Brightman Love in a U.F.O. (7”)
Sarah Brightman & The Starship Troopers The adventures of the love crusader (7”)
Sheila & B. Devotion Spacer (7”)
Space Just Blue (LP)

1980
Ganymed Dimension No. 3 (LP)
La Bionda I Wanna Be Your Lover (7”)
La Bionda I Wanna Be Your Lover (LP)
Rockets Galactica (7”)
Rockets Galaxy (LP)
Space Deeper Zone (LP)
Space Art Play Back (LP)

1981
Space Art Symphonix (7”)

Link
Space Disco & Cosmo Sound Playlist su YouTube
Space Disco su Wikipedia en

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Responses

  1. Tu pensa che ho conosciuto personalmente la Universal Band, cover-group ufficiale degli alieni porporinati argento che ascoltavo con il mio amico Darione. Darione stesso fu per un certo periodo ingegnere del suono della UB, e andò a conoscere gli originali Rockets in Francia. Che storia! https://sites.google.com/site/rocketstribute/

  2. Il tastierista Skywalker era il mio migliore amico in prima e seconda media. In terza ci odiavamo.

  3. […] da altri come fonte di “ispirazione”. Questo è ciò che è accaduto per il sottofilone Space Disco, molto più prolifico e ben delineato, con artisti che si sono dedicati al genere anima e corpo, […]

  4. Bellissimo articolo, ma manca questo:

    Automat – Automat (The Rise)

    🙂

    • Ti ringrazio della segnalazione! In effetti non conoscevo gli Automat.


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