Pubblicato da: F.C.N. | 2 luglio 2013

Parigi val bene una messa in piega

La locandina del film

La locandina del film

Null’uomo o demone, angelo mio,
Mai più staccarti potrà da me.
Parigi, o cara noi lasceremo,
La vita uniti trascorreremo:
De’ corsi affanni compenso avrai,
La tua salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai,
Tutto il futuro ne arriderà.

(Giuseppe Verdi La Traviata, libretto di Francesco Maria Piave)

Non si può parlare di quel capolavoro cinematografico misconosciuto e patrimonio di ogni autentico abastoriano edotto, che è Parigi o cara, in modo più appropriato se non dopo aver visitato la ville lumière, in particolare quei luoghi che Delia Nesti (Franca Valeri), la protagonista della pellicola, non è riuscita a vedere se non su stereoscopio a gettone “Vue Relief” o di sfuggita dall’auto che la riporta alla stazione(1), causa il Destino Avverso che la perseguita per tutto il suo soggiorno francese: partita prostituita snob, con la speranza di far fortuna nella sua professione, ritornerà maritata ad un pizzaiolo italiano con prole.
Il film, in seguito a una proiezione avvenuta al Gay Village 2007 di una copia in pellicola, presente la stessa Franca Valeri, è dal 2010 finalmente disponibile in DVD. Precedentemente era invece introvabile, si mormora di una edizione in videocassetta degli anni ottanta, altrimenti l’unica possibilità era vederne (e registrarne) un passaggio televisivo su Rete4 o su Iris, poiché sembra che Mediaset sia tuttora l’unica detentrice dei diritti di messa in onda.
La colonna sonora di proprietà della CAM, disponibile precedentemente in difficilmente reperibili LP, è stata ristampata in CD a inizio anni novanta, e in questa edizione è possibile reperirne ancora qualche copia: contiene tutti i brani strumentali di Fiorenzo Carpi, ma purtroppo manca dal supporto la bellissima Parigi o cara cantata da Renata Mauro nei titoli di coda. Assenza quanto mai sentita, poiché del brano esiste soltanto un raro 45 giri stampato dalla Italdisc (la stessa etichetta dei primi dischi di Mina), che per altro non contiene nemmeno la stessa versione presente nei titoli, in francese, ma una differente versione in italiano.
In rete sul film si trova ben poco. L’unico contributo decente presente fino a qualche anno fa sullo scomparso Mondo Culto, era il bell’articolo di Vanessa Venerdì. Nel tempo si sono aggiunti una voce su Wikipedia (di cui siamo direttamente responsabili) e un articolo in cinemagay.it, mentre le mille schede presenti nei vari portali dedicati al cinema contengono solo una breve trama e l’elenco del cast, per cui non vale nemmeno la pena citarle. Recentemente, a dicembre 2012, Giovambattista Brambilla, che ha eletto la pellicola a sua ragione di vita, ha dedicato al film un articolo approfondito su Pride dal titolo “La professione della signora Delia”.
Diretto da Vittorio Caprioli, interpretato da Franca Valeri, Parigi o cara è uno dei pochi film che la Valeri ha contribuito a scrivere, e per questo uno dei pochi in cui i suoi personaggi sono pienamente “suoi”: degli altri tre, due sono diretti sempre dal marito (Leoni al sole e Scusi, facciamo l’amore?) e uno da Dino Risi (Il segno di Venere), a cui va aggiunto lo sceneggiato Sì, vendetta…, anch’esso opera della stessa Valeri e visione irrinunciabile per chi ama davvero la grande artista. Ma non solo: per la prima e forse unica volta nella sua carriera cinematografica, la Valeri interpreta un personaggio che è il solo protagonista indiscusso del lungometraggio, motore stesso della storia: Parigi o cara è Delia/Franca Valeri, e nessun altro, mentre tutti gli altri personaggi sono solo “figurine” di contorno, che servono solamente a dipingere lo sfondo sul quale Delia si muove.

Delia nasconde i soldi nel reggiseno.

Delia nasconde i soldi nel reggiseno.

Premetto che Parigi o cara non è una commedia “facile”, non si tratta, cioè, di quel tipo di film che regala risate incontrollate. Non è una pellicola che, anche facendo riflettere, susciti un umorismo spontaneo, immediato. Anzi, Parigi o cara è un film “difficile”, sottile, pregno di una profonda mestizia, ricco di ammiccamenti camp tutti giocati su oggetti, ambienti, situazioni atte a dare la dimensione esatta della satira cui l’intelligentissima Franca Valeri fa ricorso… La prima visione del film potrà, probabilmente, apparirvi amara, forse addirittura noiosa, è un film per gustare il quale si deve educare il palato, come si fa per poter assaporare un buon vino d’annata, rivedendolo più volte: soltanto dopo la terza o quarta visione si comincerà ad apprezzarlo davvero.
Questo anche perché Parigi o cara è un film ricco: ricco di dettagli impossibili da scorgere tutti la prima volta, ricco di battute cult, ricco di rimandi interni… è la messa in scena di un piccolo mondo “antico moderno” (“rudero tirato ar fino” come la protagonista apostrofa lo stile architettonico dell’EUR) condito dai tanti piccoli must del parvenu inizio anni ‘60, un mondo che “pare ‘na bomboniera”, pervaso da un gusto per l’eccessivo a tratti imbarazzante, ma del quale la protagonista va addirittura fiera, ritenendolo, al contrario, segno di distinzione, di buon gusto e di modernità. È il gusto per un qual certo barocco, frutto certamente di una profonda mancanza di istruzione, cosa che la protagonista palesa a più riprese, ma anche patrimonio proprio di quel mondo delle “buone cose di pessimo gusto”, del “ciarpame reietto”, descritto da Gozzano nelle sue poesie, al contempo ripugnante e irresistibilmente attraente.
È l’eccessivo e pertanto il camp – termine tra i più fraintesi del pianeta – che fa del personaggio di Delia Nesti un’icona di perfetta abastorianità: è il tempo, siamo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60; il luogo, Roma prima e Parigi poi; la moda e gli oggetti dell’epoca; i modi di dire, le smorfie composte e la “immoralità così per bene”(2) della protagonista. Elementi tali da rendere Parigi o cara un’incantevole favola retro-moderna.

L'incontro di Delia con le Marc, Philippe, Elisabeth...

L’incontro di Delia con Marc, Marcel, Elisabette…

C’ho n’appartamento che pare ‘na bomboniera
Delia Nesti è la signorina snob inventata da Franca Valeri, qui in versione romanesca sì, ma d’importazione (Delia è di origini abruzzesi), che il pubblico italiano si era abituato a conoscere grazie alla radio e alla televisione: la Sora Cesira (“quella maritata Cecioni”) sempre attaccata al telefono, che deve consultare “mammà” in merito a ogni tipo di problema la sua vita di casalinga le presenti davanti. La Valeri creerà un genere, seppure condivida il mezzo, il telefono, con Bice Valori, la quale, mi sia consentita questa personale preferenza, non ne ha la classe né la sottile ironia. Delia è signora tutta precisa e delicata, tuttavia “una signora è tale anche se batte il marciapiedi”(3), e infatti la professione di Delia è proprio questa: si divide tra passeggiatrice e ragazza squillo, con surreali contrattazioni con i clienti sotto i lampioni e annunci sui giornali dove si propone come “orientale segreta riservata”.
Molto della descrizione del personaggio, delle figure che le stanno intorno, della vita che conduce, della sua professione, dell’omosessualità del fratello, non viene mai reso esplicito da nessuna parola: è tutto accennato, sottinteso. Buona parte della storia, infatti, non viene raccontata ma viene fatta intendere grazie agli elementi di contorno che ci vengono forniti.
Da parte nostra per di più, vorremmo evitare di narrarvi la trama: raccontare un film è sempre un’operazione svilente per l’opera stessa, ma nel caso di Parigi o cara ciò può risultare persino offensivo. E le visioni ripetute non aiutano certo: se a una prima visione, cogliendone la trama a grandi linee, può sembrare facile riassumere il contenuto del film, alle visioni successive ci si rende via via conto di quanto complessa sia la storia e di come sia costituita da molteplici link interni al film stesso.
Non ho scelto il termine link a caso: il film è infatti strutturato come un ipertesto: un elemento che appare in una scena, riporta a un altro elemento presente in un’altra scena in un altro momento del film, del quale non ci si può quasi mai accorgere la prima volta: credo di essere giunto a una trentina di visioni almeno, e continuo ancora a scoprire elementi e collegamenti che mi erano sfuggiti. Rintracciarli tutti sarebbe perciò utopico e toglierebbe molto del piacere di rivedere la pellicola a caccia di questi “collegamenti nascosti”. Tuttavia per fornire una descrizione dell’opera di cui stiamo parlando, cercheremo di raggrupparne alcuni in paragrafi per i cui titoli sfruttiamo memorabili battute del film. Ovviamente se ci tenete a gustare il lungometraggio e scoprire da soli, un po’ per volta, tutte le sfumature, non dovete assolutamente leggere il seguito di questo articolo!

Delia alla benedizione degli animali

Delia alla benedizione degli animali in abbinato blu/rosso: i colori di Parigi

Qua è proprio Roma, nun c’è caso de sbajasse…
Non è da Parigi che parte la pellicola, bensì da Roma. Parigi è la meta, Roma il luogo di partenza del pellegrinaggio. Il film è infatti suddiviso in due parti che rappresentano due mondi, come vedremo distanti tra loro e inconciliabili.
Tutto il primo tempo del film, ambientato a Roma, serve a inquadrare il personaggio di Delia e a portarlo passo passo (Delia non è persona da decisioni impulsive non ponderate con la dovuta oculatezza) a intraprendere il suo viaggio verso la capitale francese. Prende vita con il primo link che lega Delia a Parigi, una lettera del fratello Claudio, e si conclude con un’altra lettera, di addio alla sua vicina di casa e ai suoi pochi amici: già da questo possiamo capire come il film sia costituito da continui collegamenti e rimandi.
Il secondo tempo è speculare al primo: ambientato interamente a Parigi, è un crescendo di fallimenti e una serie di altri link, che chiamano Delia all’Italia e la ricondurranno infine in patria, maritata e sconfitta. Questa parte del film prende il via con l’arrivo di Delia in stazione e il fatidico incontro con il fratello, favolosa scena cult che rappresenta il senso di tutto il film.
Il primo tempo è una continua tensione al moderno, all’essere costantemente alla moda: quasi a sottolineare un’italianità da boom economico, proiettata alla modernità, al futuribile, ma ancora legata a una mentalità “per bene” quasi ottocentesca, pregna di una allure di ordine e “buon cattivo gusto”. Nel secondo tempo veniamo sbalzati, assieme alla protagonista, in un quartiere povero e degradato di Parigi, dove tutto si rivela improvvisamente squallido: le strade, i muri sbucciati, la famiglia che ospita Delia, composta da un cinese, una signora obesa (Greta Gonda, diva italiana di origine austriaca degli anni trenta) e il loro figlio. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo, forse alla stessa infanzia di Delia, vissuta in un vecchio palazzo barocco romano, forse allo squallore della miseria (non tanto economica o culturale, quanto proprio di “stile” di vita) dalla quale la protagonista ritiene di essersi affrancata. Quasi a volerci far riflettere sul fatto che in realtà la sua emancipazione sia solo superficiale, esteriore: una parvenu, appunto, con i soldi, ma senza la cultura e l’educazione necessaria a fare di lei una “vera signora”.

"Saranno almeno 100.000 candele, io dico…"

“Saranno almeno 100.000 candele, io dico…”

Scusi Parigi in che senso?
Non è la Francia in generale ad attirare Delia, ma è la sola capitale, estraniata dal suo contesto nazionale e assurta a speciale Paese delle Meraviglie dove ogni sogno si realizza, dove una signorinetta snob può appagare il suo desiderio di successo professionale (leggi trovare clienti di prestigio): la Parigi di Delia non è una città reale, ma una città immaginaria racchiusa in una boccia di vetro con la neve, una bomboniera, appunto, immaginata tale e quale alla sua casa romana. La Parigi reale in cui Delia si troverà a vivere non sarà invece altro che una sequenza di sfortunate delusioni e nulla avrà dello charme e della grandeur che ella si sarebbe aspettata, rivelando una “popolanità da lei sempre sfuggita nella sua rincorsa al fastoso. Quella in cui Delia si imbatte è infatti una Parigi periferica (“anvedi… un po’ fori…”), sporca, degradata, fatta di case vecchie, di muri scrostati, di soffitte polverose, di abbaini murati(4)… Una Parigi tutt’altro che chic e charmante.

La sola Parigi che Delia riesce a vedere nello stereoscopio a gettone.

La sola Parigi che Delia riesce a vedere nello stereoscopio a gettone.

Anvedi Parigi!
L’elemento motore di tutta la storia, che finirà col portare la protagonista a intraprendere il suo viaggio verso Parigi, è contenuto già nella prima scena del film: Delia sta battendo il marciapiedi, e per ripararsi dalla pioggia si rifugia nel portierato dell’amico portinaio (Gigi Reder – il Filini di Fantozzi). Qui egli, infilate maleducatamente le mani nella borsetta di lei e trovata una lettera scrittale del fratello, compone di nascosto il numero di telefono che trova sulla busta, permettendo così a Delia di parlare con il fratello che la invita ad andare a fargli visita.
Altro elemento minore, ma decisivo, lo troviamo alla Benedizione degli Animali(5), dove Delia incontra una signora che ha dato nome alla propria cagnolina “Parigi”: la bestiola indossa una camicetta a pois con un orrendo fioccone al collo, poco dopo Delia troverà – e acquisterà! – la medesima camicetta in versione “umana”.
Come dicevamo, tutto sembra venire “predetto” durante il film dai collegamenti presenti nella storia: persino la conclusione finale sembra pronosticata da un incontro che Delia fa con una principessa di origini tedesche che, a Parigi, ha trovato il marito italiano: costei le instilla l’idea che a Parigi una signorina possa realizzare i propri desideri (“Ogni donna ha la sua chance in Parigi!”), ma l’interpretazione data da Delia non è evidentemente quel che intendeva la titolata teutonica!
Altri elementi che proiettano Delia in una visione “francese” sono sparsi qua e là: il probabile pappone di alcune sue amiche, telefona “parlando” francese: le uniche parole che pronuncia però sono “oui” e “aurevoir”, ma da questo Delia ricava che il francese sia estremamente facile da apprendere – cosa che si rivela tutt’altro che vera – poiché lei si ritiene tanto intelligente da poter imparare facilmente pure il cinese!
Infine, durante la prima parte del film, Delia indossa spesso un’apparentemente bizzarra combinazione di colori: blu e rosso. Anche questo elemento non è casuale, poiché il blu e il rosso sono i colori della città di Parigi(6).

"'A fotografia è un veicolo d'orgasmo, chi la vede te vo' conosce'"

“‘A fotografia è un veicolo d’orgasmo, chi la vede te vo’ conosce'”

E chi te li dà cento a te? Che te credi Soraya?
Delia Nesti è sì una signorinetta snob, tirchia e precisina, ma è anche una prostituta. Elemento di per sé destabilizzante e quanto mai almodovariano questo. L’iconografia classica ci ha abituato a prostitute discinte, trascurate, raffazzonate: in questo contesto la signorinetta snob della Valeri potrebbe essere una zitella, al massimo una signora maritata, mai una donna di malaffare. E invece proprio questo paradossale contrasto rende maggiormente destabilizzante la caratterizzazione del personaggio e fonte di un umorismo surreale, amaro, ironico.
Ciò, naturalmente, viene sempre alluso, fatto intendere, mai dichiarato (ah, quanta eleganza!): classe che un “la mia professione” riassume perfettamente. È una costruzione di elementi ambigui che ci conducono pian piano alla verità, come tanti puntini numerati da unire in un tracciato enigmistico per scoprire il disegno finale: all’inizio del film Delia si trova a passeggiare per strada di notte, sotto la pioggia, trova rifugio in un portierato, ma appena spiove torna per strada; quando esce di casa lascia il telefono – con il lucchetto, beninteso! – alla vicina perché riceva le sue telefonate e prenda appunti; chiacchierando con un’amica che viaggia sul Settebello, scopriamo che costei investe 10 per il biglietto e ne guadagna 100 perché conosce generosi signori distinti; Delia si fa scattare delle fotografie sexy che distribuisce in giro, “A’ fotografia è un veicolo d’orgasmo: chi la vede te vo’ conosce’”. E così via, fino ad arrivare alla contrattazione surreale sotto al lampione (“Saranno almeno 100.000 candele, io dico…”), che toglie definitivamente ogni dubbio portandoci all’inevitabile conclusione riguardo il mestiere che svolge.
Giunta a Parigi, Delia cercherà di crearsi un suo giro, ma l’unico commercio carnale lo avrà con il figlio dei coniugi che la ospitano, per altro senza guadagnare il becco d’un quattrino. Ogni occasione viene infatti mancata: l’appuntamento alla “ConcordE” con una amica che “fa la vita” e che la introdurrebbe all’ambiente di alta classe della “Marchesa”, così come i numeri di telefono di “Marc, Marcel, Elisabette” perduti assieme alla confezione di fiammiferi su cui erano scritti, che l’avrebbero introdotta nell’ambiente giusto. Sequela di fallimenti che la condurranno alla decisione di lasciar perdere, risoluzione che prende improvvisamente corpo nella distruzione delle foto “da lasciare in giro”.

Delia al telefono con il fratello Claudio

Delia al telefono con il fratello Claudio

Quando nun me piacciono ste cose… me sa che quella se fa chiama’ pure per sé.
Delia è costantemente al telefono per tutto il primo tempo del film. Il telefono è il centro della sua vita, del suo mondo ed è feticcio insostituibile del personaggio con cui Franca Valeri si esprime: derivazione radiofonica e televisiva, “maschera” che permette alla Valeri di rappresentare il personaggio: basta la sola cornetta (e talvolta nemmeno quello, è sufficiente il gesto di impugnarla), e nient’altro, per far trasformare la Valeri nella Sora Cesira.
Così, anche in Parigi o cara, ritroviamo il telefono quale fulcro attorno a cui ruota tutto il personaggio di Delia: nella sola breve scena iniziale la vediamo usare il telefono per ben due volte consecutive. Il telefono è una sorta di amuleto protettivo per Delia, tanto da farci capire quanto la dea Fortuna le sia avversa a Parigi, dove infatti non la vediamo mai telefonare, e l’unica occasione che ha di alzare la cornetta, viene vanificata proprio dalla perdita dei numeri di telefono “giusti”.

"Non è diffidenza, è usanza."

“Non è diffidenza, è usanza.”

Non è diffidenza, è usanza
Altra componente “forte” che caratterizza il personaggio di Delia è il suo attaccamento al denaro, la sua costante, impertinente, tirchieria. È un altro elemento atto a creare contrasto e una delle maggiori fonti di comicità.
Così Delia chiude a chiave la porta del bagno perché ha “un capitale in medicine”; non usa l’ascensore per non spendere le monetine; fa parte di una “società” che presta danaro a strozzo; si fa pagare da amiche e conoscenti per oggetti dati in prestito; a Parigi, infine, arriva persino a nascondere rotoli di banconote nel reggiseno, pur di non pagare il ristorante al fratello e ai suoi amici. Insomma un’autentica spilorcia!

"Ma che... sei tinto?"

“Ma che… sei tinto?”

Ma che fossi…? Ah, n’o sapevo…
Claudio Nesti (Fiorenzo Fiorentini, sua la splendida Cento Campane sigla dello sceneggiato Il segno del comando), il fratello di Delia che vive a Parigi, è gay. Ma, forse per la prima volta in un film italiano, non viene espresso alcun giudizio morale sul suo status di diverso, così come, sostanzialmente, nessun giudizio morale viene mai espresso a proposito della professione di Delia: così è, e tanto vi basti, sembrano volerci dire Caprioli e la Valeri.
Se proprio si vuole andare in cerca di un giudizio sul suo personaggio, Claudio ne esce meglio degli altri: è una “zia” amico di tutti, altruista e disponibile, seppure sia forse l’unico, in coro con la signora che ospita Delia, a esprimere un giudizio morale negativo nei confronti della professione della sorella (“n’est pas sérieux!”).
Per la verità nella smorfia apparentemente neutrale espressa da Delia nell’apprendere dei gusti sessuali del fratello, durante la scena più bella del film, è impossibile non scorgere un velato, elegante, disilluso piccolo “shock”. Delia e Claudio si incontrano alla stazione, lei, emergendo dalla nebbia del vapore (in una evidente citazione della medesima scena di Cenerentola a Parigi): “Ma che sei Claudio?”; lui le risponde con uno stringato: “Sì”, poi, riferendosi alla valigia della sorella: “Pesa?”, e lei: “Mbeh…”.  Claudio afferra il bagaglio e i due si dirigono verso la scala del Metro, mentre Delia, tra l’imbarazzato e lo stralunato continua a fargli domande a proposito dell’audace meche platinata che egli esibisce con tanta nonchalance: “Ma che sei tinto?”. Lui le risponde ancora con sufficienza annoiata: “Sì”. Ancora qualche passo e Delia con esitazione si decide a porgli la fatidica domanda: “Ma che fossi…?”. Lui risponde, con un vezzoso ma deciso: “Sì!”, al che Delia chiude il discorso con un imbarazzato: “Ah, n’o sapevo…”, carico di allusioni e sottintesi.
Vien da pensare che Caprioli e la Valeri siano stati i primi ad affrontare in modo così sofisticato, elegante e “neutrale” il tema dell’omosessualità(7), probabilmente anche perché provenienti da un ambiente, quello degli “artisti”, da sempre considerato un limbo a parte in cui tutto è concesso, in cui quei comportamenti considerati anticonformisti godono di una particolare sospensione di giudizio. E certo vanno prese in considerazione anche le loro frequentazioni parigine, messe a frutto durante la lavorazione del film: gli “amici” parigini di Delia e Claudio erano, nel mondo reale, amici francesi di Franca Valeri e Vittorio Caprioli che, negli anni precedenti, avevano fatto fortuna esportando proprio a Parigi il loro “Teatro dei Gobbi”.
Ma la Valeri ha assunto in qualche modo, fin quasi dagli esordi del suo personaggio della signorinetta snob, il ruolo di santa protettrice dei gay italiani, valga per tutto lo sketch Le madri, contenuto nel disco Una serata con Franca Valeri del 1965, in cui, una madre rassegnata si ostina disperatamente nel tenere in piedi il palco di illusioni per non voler riconoscere l’omosessualità del figlio. Insomma, c’è ancora da stupirsi se Franca Valeri è associata spesso e indissolubilmente al concetto di camp?

"Mmm... qua è proprio Roma, nun è caso de sbajasse…"

“Mmm… qua è proprio Roma, nun c’è caso de sbajasse…”

No guardi, io i libri come li ho letti li butto: il libro è un veicolo de polvere, secca ‘a pelle…
Delia ci fa più volte capire come la sua istruzione sia colma di… lacune. La sua scarsa istruzione ci viene lasciata intendere da molti elementi secondari del film, e il massimo della prosa di cui è capace la usa per scrivere annunci di giornale.
Tra i tanti, l’elemento che ci fa capire questa sua debolezza nelle lettere è quando cerca di telefonare al fratello a Parigi e non riesce a fare lo spelling di “Diderot” con i nomi delle città, rinunciando definitivamente all’impresa e ripiegando sulla lettera scritta, che comunque non sarà composta da lei, ma dal bambino dei vicini che fa le elementari e tenta invano di imparare a memoria La spigolatrice di Sapri. Ma la zoppicante istruzione di Delia viene resa del tutto esplicita dalla lettera che Delia lascia alla vicina e che viene letta dall’amico veneto Antonio (Antonio Battistella): da come egli la legge la possiamo immaginare completamente priva di punteggiatura e infarcita di errori di sintassi, insomma scritta come gli annunci che Delia pubblica sul giornale per trovare clienti.

L'arrivo di Delia a Parigi, in una citazione di Cenerentola a Parigi

L’arrivo di Delia a Parigi, in una citazione di Cenerentola a Parigi

Pare brutto che non accetto Parigi chiama…
L’elemento “invisibile” del film è infine il Destino. È il Destino a portare Delia a Parigi con, come ultimo scopo, quello di farle trovare il marito. Destino che le pone sul cammino tutti quegli elementi che la spingono a Parigi, Destino che, una volta nella ville lumiere, le impedisce di realizzarsi (impedendole di incontrarsi con l’amica con i contatti “giusti” alla ConcordE, facendole perdere i numeri di telefono della gente “in” che ha conosciuto per caso), Destino che la spinge al fine tra le braccia del pizzaiolo Avallone (Vittorio Caprioli).
Suo destino è così la redenzione dalla vita di prostituta a quella di moglie, ma in questa riabilitazione non c’è nessuna salvezza, come potrebbe capitare in un qualsiasi altro filmetto morale degli stessi anni(8). Per Delia il preteso riscatto sociale rappresenta, invece, una sconfitta: la sconfitta della donna indipendente che si ritrova alla fine a dover rinunciare alla libertà per contrarre un matrimonio di comodo e dipendere dal marito.

"Er cancello mio è tutto in ferro battuto... lavoro preziosissimo, proprio, co' du ragni che sembrano vivi!"

“Er cancello mio è tutto in ferro battuto… lavoro preziosissimo, proprio, co’ du ragni che sembrano vivi!”

Qua nun ce se capisce più manco fra italiani!
Per concludere questa riflessione su Parigi o cara con la speranza di avervi incuriosito e spinto a vedere il film, vogliamo ricordare la maestosità dei dialoghi, che ormai, come ricorda la stessa Valeri in un’intervista, i suoi fan imparano puntualmente a memoria. Ciò è infatti inevitabile, poiché le battute del film costituiscono un patrimonio di gag e di citazioni che ogni Signora (indipendentemente dal suo sesso biologico) degna di questo nome dovrebbe saper sfoggiare in società! Battute buone per qualsiasi occasione, che possono risultare utili per uscire dalle situazioni difficili che la vita presenta. Eccovene qualche esempio.

  • Al supermercato la commessa sbaglia a darvi il resto? Ecco pronta Delia a rimbrottare “Pure qui ‘e commesse se sbajano: è proprio er ggenere…”!
  • State per prendere una decisione (magari proprio riguardo il colore di capelli) che rivoluzionerà la vostra vita, ma abbisognate di un consiglio da un’amica? Ecco Delia esitante a interrogare: “Che dici, famo er gran salto, me faccio cenere?”!
  • Ancora, vi viene chiesto consiglio su un vestito? “Modello bene, seta scadente. Elvira s’intende” oppure “Quanto nun me piace ‘sto colore… è proprio ‘na cosa che nun se regge!”.
  • Nella vostra dimora regna il disordine e la confusione? “Che confusione, stamattina ‘sta casa me pare un ministero!”.
  • Avete di che lamentarvi a proposito del cattivo comportamento di qualche amica? “Sei de’ na maleducazione che a ‘na donna nun j’ha mai portato bbene!”.
  • Avete digerito male dopo un frugale spuntino o un pasto sostanzioso? “Mamma mia, latte e noci, n’ne magno più pe’ tre mesi!”.
  • Una vostra conoscente si è dimenticata di svolgere una commissione che le avevate richiesto? “Eh, ma te devi fa’ na cura p’a memoria!”.
  • Oppure anche solo se sta piovendo potete lamentarvi con la semplice, ma efficace osservazione sulle vostre calze inumidite: “Quanto nun me piace er nylon bagnato!”.
  • Ma, soprattutto, in ogni occasione vi verrà buona l’espressione di solenne disappunto, che Delia riserva alle situazioni disperate: “Ah, ‘nnamo bbene!”.

Insomma, il film non potrà non contagiarvi!


Trailer del film

Note

1 C’è da sottolineare che il percorso fatto dalla vettura nel finale del film è impossibile, considerando anche la provenienza dal Sud-Ovest della città, e pretestuoso al fine di mostrare quanti più monumenti possibile.
2 Descrizione azzeccatissima che rubo alla penna di Vanessa Venerdì e al suo citato articolo apparso su Mondo Culto.
3 Cito a memoria un passaggio dal saggio di Emanuela Martini Franca Valeri – Una signora molto snob (Edizioni Lindau, 2000), dove Franca Valeri fa riferimento, in modo implicito, proprio al personaggio di Delia Nesti.
4 Luoghi tutti reali ed esistenti all’epoca così come ci vengono mostrati, mai ricostruiti in studio.
5 Popolare manifestazione che si tiene realmente ogni anno nella Chiesa di Sant’Eusebio a piazza Vittorio, a Roma, ma che un tempo si teneva alla Chiesa di Sant’Antonio, dove gli animali venivano presentati agghindati con fiocchi e fatti benedire dietro compenso.
6 Da cui derivano i colori della bandiera francese: l’aggiunta del bianco, colore della bandiera borbonica, rappresentava l’alleanza tra la città e la monarchia all’epoca della Rivoluzione Francese.
7 Vedi anche quell’altro grande film diretto da Caprioli ed ambientato esclusivamente nel mondo dei gay romani, Splendori e miserie di Madame Royale, che ne dà una visione “oltre cortina”.
8 E in questo risiede il genio surreale della Valeri che potremmo ritrovare più tardi soltanto in un Almodovar dei tempi d’oro, con il ribaltamento delle convenzioni sociali centro di gravità e motore stesso della storia.

Scheda
titolo: Parigi o cara
regia: Vittorio Caprioli
sceneggiatura: Vittorio Caprioli, Renato Mainardi, Silvana Ottieri, Franca Valeri
cast: Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Fiorenzo Fiorentini, Margherita Girelli, Antonio Battistella, Nunzia Fumo, Annamaria Ubaldi, Marc Doelnitz, Michèlle Bardollet, Elena Demerick, Jacqueline Doyen, Gisèlle Gallois, Greta Gonda, Pina Madonnari, Marina Meucci, Gigi Reder, Lyta Roger, Elisabetta Velinska

Collegamenti

Parigi o cara in Wikipedia
Citazioni tratte da Parigi o cara in Wikiquote
Parigi o cara nell’IMDB
Locandine di Parigi o cara in Generazioni e Pick-up
Parigi o cara di Vanessa Venerdì in Mondo Culto
Parigi o cara in Cinemagay.it
Parigi o cara in Soundtrack Collector
Parigi o cara in Italian Soundtracks
Foto di scena da Parigi o cara in L’Unità
Parigi o cara Fanclub su Facebook

Questo articolo, aggiornato, riveduto e ampliato, era stato pubblicato su Abastor #36 del 2010.

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Responses

  1. Ho scoperto solo ora il Vostro sito!! Articolo interessante, avete fatto un’analisi dettagliatissima, direi un saggio sul film. Uno dei miei film preferiti, lo scoprii e registrai in vhs sui Bellissimi rete4 per gli 80 anni di Franca Valeri (luglio 2000)

    • Ti ringrazio! Anch’io lo avevo registrato negli anni novanta, anzi, le prime volte che lo vidi non lo capii nemmeno, solo alla terza o quarta visione cominciai ad apprezzarlo veramente!

  2. Da notare che il piano finale chiude in mezzo al tunnel dove morì Lady Di.


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