Pubblicato da: F.C.N. | 2 febbraio 2014

L’arcangelo

Locandina italiana del film

Locandina italiana del film

Considero L’arcangelo di Giorgio Capitani uno dei massimi capolavori della cinematografia italiana, accanto a gemme come Il tigre e Il profeta di Dino Risi (regista che ha diretto tanti altri film adorabili, quali ad esempio Il segno di Venere, Il vedovo, Il sorpassoI mostri, Straziami, ma di baci saziami, Vedo nudo, Sessomatto, Profumo di donna, Telefoni bianchi, Anima persa), con le quali costituisce una ideale trilogia con protagonista Vittorio Gassman e una giovane attrice americana sbarazzina, pop, frizzante, bella e provocante (Ann-Margret nei due film di Risi, Pamela Tiffin nel film di Capitani).
Una trilogia sui “tempi moderni”, sull’uomo maturo traviato da una conturbante ed esplosiva ragazza beat o hippy o comunque moderna, che lo attira in un turbine di deliziosi sorrisi per lasciarlo alla fine con un palmo di naso. Ma anche sul confronto tra uomini quarantenni, simbolo della “vecchia generazione”, e ragazze moderne appartenenti alla “nuova generazione”. L’uomo interpretato da Gassman è inquadrato in modo di volta in volta differente, addirittura contrastante: uomo in carriera ne Il tigre, eremita che ha rinunciato alla civiltà dei consumi ne Il profeta, avvocato di scarsa fortuna ne L’arcangelo. Ma è pur sempre una figura di uomo maturo che appartiene in qualche modo al “passato” e che si contrappone ad una figura femminile giovane, frizzante energica che appartiene al “presente” e propone nuove idee e un nuovo stile di vita, e che soprattutto viene a sconvolgere in modo radicale e spesso permanente la vita dell’uomo il cui status sembra consolidato (dirigente, eremita o avvocato), ma che si rivela fragile e insicuro. In tutti i casi il “futuro” è rappresentato dalla delusione o dalla disillusione, ma a finire sconfitto dalla generazione “giovane” è sempre l’uomo maturo, simbolo della generazione “dominante”.
Non è difficile leggere in questo una strizzatina d’occhio alle istanze di rinnovamento ed emancipazione dei movimenti giovanili allora in fermento (i tre film film citati sono usciti, uno all’anno, tra il 1967 e il 1969), che invocavano un necessario cambiamento della mentalità comune, un aggiornamento della lista dei valori di una società che stava mutando, e che sentivano come una palla al piede i principi della generazione dei “padri”, quella che aveva fatto la guerra, insomma, e che allora datava tra i 40 e i 50 anni di età. L’esigenza di “svecchiare” il sistema aveva allora motivazioni serie e sensate, la società si stava evolvendo e la morale dominante era ancora legata a vecchi valori “perbenisti”, che esigevano una certa compostezza, serietà, morigeratezza di facciata, per relegare nel, più o meno, torbido privato ciò che sfuggiva alla regola. Era una forma di ipocrisia, che le nuove generazioni e la nuova società non erano più in grado di tollerare. Ecco così che pian piano alcuni paletti, legali e morali, obsoleti e, mi si conceda dire, vergognosi, venivano lentamente ma progressivamente rimossi: l’abolizione del “delitto d’onore”, l’introduzione del divorzio, dell’aborto, di una cultura della contraccezione, dell’educazione sessuale (materia quest’ultima che purtroppo ha attecchito solo in minima parte). Rimane purtroppo ancora fortemente radicata nella nostra società una dominazione cattolica che ci impone il crocefisso nelle aule scolastiche e l’ora di religione nelle scuole, abusi da teocrazie mediorientali che, purtroppo, non si è riusciti ad estirpare ancora ai giorni nostri, e che sembrano sempre considerate “irrilevanti” da una mentalità comune ancora troppo sottomessa al clero…

Pamela Tiffin nel flashback dell'omicidio

Pamela Tiffin nel flashback dell’omicidio

Pamela Tiffin, che era approdata in Italia già da tre anni “scomparendo” dagli schermi statunitensi (tanto che i suoi fans ad un certo punto si chiedono che fine avesse fatto), si dice per sfuggire dal matrimonio fallito con Clay Felker, direttore del New York magazine, è in questo film al suo massimo splendore. Qui è più “Pamela Tiffin” che mai, con quei suoi lunghi capelli biondissimi (probabilmente una parrucca, tra le tante che sfoggia in questa pellicola compresa una color Campari: lei sarebbe stata una moretta, come la possiamo vedere nel divertente Un, due, tre di Billy Wilder di otto anni prima), quei suoi abiti indiscutibilmente alla moda, così swingin’ London, e quel suo sguardo da bambolina fatale, fintamente stupidina (ma che si rivela essere una persona estremamente furba e intelligente, sia nella finzione che nella realtà): insomma, una bellissima fashion doll in carne e ossa, di cui è impossibile non innamorarsi.
Ebbene sì, lo confesso, sono perdutamente innamorato della Pamela Tiffin di fine anni sessanta! Un’attrice che ha recitato in troppo pochi film e che ha lasciato il cinema troppo presto o forse nel momento giusto per assurgere a icona di quel particolare gusto anni sessanta al sapor di vaniglia psichedelica. Adoro il suo visino e la silhouette del suo fisico perfetto, i suoi occhioni con quell’espressione da bambolina beat con cui gioca in modo calcolato in questa pellicola. Pamela Tiffin è la donna ideale che ogni abastoriano desidererebbe avere al suo fianco e con la quale dividere un Carpano Punt e Mes – che in questo film lei si serve in un enorme bicchiere, versandosene una “generosa dose”, come era consuetudine nei caroselli dei liquori di quegli anni. Perciò capirete il motivo per cui devo fare uno sforzo per non inserire in questo articolo screenshot del film che raffigurino esclusivamente Pamela Tiffin.

Incipit del film

Incipit del film

Come però mi accade spesso in casi simili (vedi anche 5 bambole per la luna d’agosto, da molti considerato il peggior film di Bava, che io ritengo invece il suo massimo capolavoro), questa alta considerazione nei confronti del film sembro averla soltanto io. L’arcangelo infatti, nonostante sia stato rivalutato in seguito, alla sua uscita è stato stroncato dalla solita, noiosa, critica paludata, che lo riteneva una commediola senza spina dorsale, uno spreco di talento per Gassman, dopo lo sterile L’alibi (film un tantino noioso e senza capo né coda, ne convengo). Non mi trovo d’accordo neppure nelle lodi sperticate nei confronti de Il tigre, che dei tre film che compongono questa ideale trilogia è quello che mi piace meno (forse per il finale in cui tutto si ricompone rientrando nei parametri convenzionali e quella dell’uomo maturo si rivela alla fine solo una scappatella, frutto della crisi di mezz’età), e neppure nelle stroncature nei confronti de Il profeta, che, al pari de L’arcangelo, è anch’esso sostenuto da una strepitosa colonna sonora, e che trovo una gustosa commedia che sa giocare amabilmente con il rapporto tra l’uomo maturo e la giovane hippy, fornendo anche un ritratto, forse più verosimile di altri, del fenomeno dei figli dei fiori al suo apice.
Paradossale come, allora, la miope critica italiana avesse la cattiva abitudine di affossare lo straordinario cinema di genere che avevamo in questo paese, popolato da registi spesso geniali, interpreti straordinari, idee fantasiose, musiche favolose, esaltando invece il solito neo-impressionismo italiano o la solita barbosa nouvelle vague francese (che, a parte poche eccezioni, onestamente…), mentre oggi abbia il coraggio di tessere lodi sperticate nei confronti delle ignobili ciofeche che sforna il cinema italiano, che, per taluni critici assai poco perspicaci, dovrebbero essere puntualmente la leva di Archimede in grado di risollevare i destini dell’industria cinematografica del Bel Paese, ormai talmente affossata da quanto prodotto negli ultimi venti o trent’anni (sempre a parte le sempre più rare, geniali, eccezioni) che sta scavando il fondo nel tentativo di scendere ancora.

Il professor Crescenza (Jacques Stany)

Il professor Crescenzi (Jacques Stany)

Opinioni della critica a parte L’arcangelo è una bella commedia psycho-beat (non so esattamente che cosa si intenda comunemente con questo termine, ma io continuo ad usarlo per definire quei film degli anni sessanta caratterizzati da una musica jazzata briosa e vivace un po’ beat un po’ lounge, da ambientazioni moderne, mobilia dal design “spaziale”, protagoniste in abiti alla moda – ed essere alla moda negli anni sessanta significava apparire moderni, se non addirittura futuristici, mentre essere alla moda oggi corrisponde per lo più ad apparire solamente tamarri), dai risvolti gialli, quasi thrilling, anche se il thrilling è al contrario, dal momento che sappiamo chi commetterà il delitto fin dal principio, mentre il colpo di scena è rappresentato proprio dal delitto che non ci aspettavamo accadesse (e non c’è del genio nel costruire una storia simile?).
Mi rendo conto di stare spoilerizzando, ma del resto è impossibile raccontare L’arcangelo senza rivelare degli spoiler, senza anticipare elementi fondamentali della trama, perché tutto il film è costruito da elementi fondamentali. Non vi rivelerò magari chi viene ucciso, né come, perché è meglio che vi guardiate il film, ma la trama è comunque un intreccio, fin dal principio, una rete di inganni e sotterfugi apparentemente casuale e senza alcun fine concreto, in realtà ben congegnata da due dei personaggi principali. E già dicendovi questo sono convinto di levarvi buona parte del gusto della visione del film, perché è bene non sapere che questa ragnatela esiste, pensando invece che gli avvenimenti siano bizzarri e casuali.
Ma tanto domani avrete già dimenticato quanto ho scritto, vero? Così come ormai capita sempre più spesso a me di riuscire a guardare con lo stesso coinvolgimento un thrilling già visto, essendomi già dimenticato chi è l’assassino! Vabbeh, non se si tratta di Profondo rosso o Sette note in nero
Il film è inoltre ambientato a Milano, ma della Milano non cogliamo null’altro che la tendenza alla moda e alla modernità espressa dalla modella Gloria Bianchi e l’energia della produttività industriale espressa dal facoltoso Marco Tarocchi Roda. Di Milanese c’è ben poco altro: Furio Bertuccia potrebbe essere benissimo romano, e una certa romanità sembra espressa nel modo di interpretare il personaggio da parte di Vittorio Gassman, che la critica paludata di cui sopra accusa di fare un po’ il verso ad Alberto Sordi (quindi non sono il solo ad essermi accorto della cosa).

La Cena (Adolfo Celi, Laura Antonelli, Pamela Tiffin, Tom Felleghy, Irina Demick, Vittorio Gassman)

La Cena (Adolfo Celi, Laura Antonelli, Pamela Tiffin, Tom Felleghy, Irina Demick, Vittorio Gassman)

Vittorio Gassman è infatti Furio Bertuccia, un avvocatucolo di infimo ordine (in mal partito tanto da essere costretto a mangiare e dormire nel suo studio), ridotto a difendere delinquentelli di basso rango, perdendo clamorosamente ogni causa: nei suoi 15 anni di attività forense, vanta infatti al suo attivo 9 cause patrocinate, di cui inspiegabilmente (e fantozzianamente) 10 perse. Ed è proprio mentre sta difendendo uno dei suoi malcapitati, un rapinatore finito sotto un’auto sulle strisce pedonali mentre stava scappando dai carabinieri che l’inseguivano (!), che ha modo di conoscere la bella Gloria Bianchi (Pamela Tiffin), modella e imputata nel processo che sta sostenendo. Inizialmente inamovibile nella sua richiesta di un risarcimento cospicuo, non esita un attimo a voltar gabbana e vendere il suo cliente quando gli viene offerta la puntuale mazzetta (Gloria è bella e ricca, la vittima uno sfigato e per di più pregiudicato, vuoi che lei perda la causa?).
Questo non è che il preludio a una spirale che comincerà a stringersi attorno al protagonista fin dalla notte stessa, quando, dopo essersi preparato due uova al tegamino ed essersi addormentato sulla poltrona per il meritato riposo, viene svegliato di soprassalto nel cuore della notte dall’indiavolata Gloria Bianchi che, dopo avergli confessato di essere colpevole di un delitto, lo assolda su due piedi come proprio avvocato difensore. I particolari della storia cambiano di continuo, e la bella e celebre modella dichiara prima di aver sparato al proprio amante, il celebre professor Crescenzi (Jacques Stany, nome d’arte di Jacques Stanislawski, qui non accreditato, a meno che non sia stato accreditato come Jacob Stanislave, nome nel cast non identificato e che parrebbe aver recitato in questa sola pellicola) per difendersi da lui che la voleva brutalmente drogare, poi di averlo ucciso nel sonno… Insomma, quello che Gloria pretende dal suo rappresentate legale è che lui l’aiuti a far sparire ogni traccia del delitto, di modo che lei non venga coinvolta.
Ma l’avvocato Bertuccia, dall’animo assai veniale, intravvede la possibilità di affrontare un’importante causa con imputata una tanto celebre mannequin e di vendere l’esclusiva e le foto ai giornali, così da guadagnarne in denaro e popolarità. Si procura quindi un falso testimone nel paparazzo Ninetto (Carlo Delle Piane), pronto a giurare di aver visto uscire notte tempo la bella biondina dalla scena del crimine, dopo aver condotto la polizia sul luogo. Ma la villa dove si sarebbero uditi gli spari e da dove sarebbe fuggita Gloria Bianchi in realtà si rivela abbandonata da tempo immemore e abitata solamente da un vecchio barbone (il grande Carlo Pisacane, l’indimenticabile Capanelle de I soliti ignoti).

Pamela Tiffin in piscina con una parrucca color Campari

Pamela Tiffin in piscina con una parrucca color Campari

Scoperto l’inganno Furio Bertuccia prende l’aereo e corre ad acchiappare per il coppino Gloria a Parigi, dove la trova impegnata negli scatti di una serie di fotografie di moda. Lei, complice il suo fascino, continua a prendere in giro l’avvocato facendogli intendere che è disposta a concedere molto di più, ma non ora, non lì. Indimenticabile la scena che ci capire come la giovane biondina stia giocando con l’uomo maturo: l’avvocato accompagna la modella in camera e lei lo ringrazia e lo saluta sulla porta; lui, che si aspettava di essere invitato ad entrare: “Ma come… così?”, al che lei gli risponde: “Furio lei mi piace troppo… e vede, chi mi piace troppo non mi piace…”
Gloria confessa che il delitto l’ha compiuto veramente, ma la vittima è un’altra: l’industriale Marco Tarocchi Roda (un Adolfo Celi in gran forma, qui impegnato nell’abituale parte della carogna), e che il corpo si troverebbe in montagna mantenuto al fresco dalla neve. L’avvocato Bertuccia naturalmente cerca di approfittare nuovamente della faccenda e di vendere la sua cliente, avvertendo ancora una volta Ninetto di presentarsi in aeroporto con la polizia, che al suo arrivo gli avrebbe consegnato l’assassina. Ma in aeroporto Furio Bertuccia scopre che Marco Tarocchi Roda è vivo e vegeto e che lui è servito a Gloria solamente per far passare alla dogana una partita di diamanti di contrabbando nascosti nel doppio fondo di una valigetta. Ancora una volta Ninetto deve rendere conto alla polizia di questa presa in giro e perciò finisce in galera.
L’avvocato viene così invitato a casa del Tarocchi Roda per il week end. Qui, sfuggito all’assalto dei due “cuccioli” di pastore tedesco che gli si avventano contro, viene assunto dal Tarocchi Roda con un cospicuo anticipo di ben venti milioni, ufficialmente come suo avvocato, ma, in realtà, come finto fidanzato dell’amante dell’industriale, cioè Pam/Gloria. Furio Bertuccia si sente realizzato: ha finalmente un’auto sportiva (prima era costretto a viaggiare in Cinquecento), un ufficio moderno, uno stipendio garantito e perciò accetta di buon grado il ruolo di servile leccapiedi del facoltoso industriale.
Però Gloria non smette di scodinzolargli attorno promettendogli i propri favori in cambio di consigli “professionali”. Sta ancora giocando come il gatto col topo e non gli si concederà mai veramente, facendolo arrivare sulla soglia della porta del Paradiso, senza però permettergli mai di varcarla. E l’avvocato ci casca completamente perché sarà proprio questo gioco a incastrarlo nel frenetico epilogo della storia…

Carlo Pisacane nella parte del barbone

Carlo Pisacane nella parte del barbone

Il film, che vede tra gli attori anche una quasi esordiente Laura Antonelli (non accreditata) in una piccola parte come moglie del Fabris (Tom Felleghy), in origine doveva essere diretto da Luigi Comencini con un soggetto completamente diverso, che raccontava la storia di un Arcangelo sceso sulla Terra per portare gli uomini sulla via del “bene”, ma che finiva traviato dagli uomini, diventando a sua volta “cattivo”. In seguito però, a causa di un disaccordo tra Comencini e la produzione, questi si ritirò dalla lavorazione portandosi via il soggetto.
Mario Cecchi Gori, però, aveva già venduto il film alla 20th Century Fox con il titolo L’arcangelo e il film doveva essere recitato in inglese per essere distribuito negli Stati Uniti. Viene perciò coinvolto nel progetto Giorgio Capitani, che, assieme ad Adriano Baracco, Renato Castellani e Steno, scrive un nuovo soggetto e una nuova sceneggiatura, che vedono come protagonista un avvocato, e per giustificare il titolo viene inserito in apertura del film l’incipit: “…L’avvocato è per il suo cliente come l’arcangelo della giustizia, con la spada fiammeggiante in mano…”
La colonna sonora è stata composta dal grande Piero Umiliani, che qui ci regala un tema portante superlativo, presentato in più arrangiamenti fantasiosi, come il musicista toscano era solito regalarci in casi come questi, sapendo come non annoiare anche ripetendo più volte lo stesso tema dei titoli di testa. La musica di Umiliani per L’arcangelo è stata pubblicata, ahimè, solamente in Giappone, in due edizioni, una del 1997 comprendente 22 tracce, l’altra del 2009 comprendente 31 tracce. Entrambe non sono facilmente reperibili e laddove lo sono, non ad un prezzo ragionevole per un CD.

Copertina del DVD

Copertina del DVD

Il film è stato finalmente pubblicato in DVD dalla Cecchi Gori Home Video, nella collana CineKult curata da quelli di Nocturno. Una collana ben fatta, che finora ci ha regalato molte perle del cinema di genere italiano, soprattutto thrilling, altrimenti irrecuperabili. L’arcangelo era infatti finora introvabile in homevideo, esistevano solamente passaggi televisivi malridotti (mi sembra su TMC/La7), di una copia cupa e scolorita in formato video 4:3, di cui ho traccia solamente fino agli anni novanta. Ora invece è stato restaurato e digitalizzato in formato pieno a 16:9 con tutti i suoi bei colori saturi.
Il supporto digitale contiene inoltre una bella intervista al regista Giorgio Capitani, che ci svela alcuni interessanti retroscena, come ad esempio il fatto che Vittorio Gassman fosse attratto dalla bella Pamela Tiffin (come non capirlo!) e che ci avesse provato venendo però respinto, dal momento che al tempo lei era innamorata di Edmondo Danon con cui era fidanzata e che sposerà nel 1974, ritirandosi a vita privata domestica.
L’insistenza del “mattatore” portò la Tiffin a giocare furbescamente un tiro mancino all’impunito Gassman, confessandogli di essersi perdutamente innamorata di lui e che perciò avrebbe mandato qualcuno a prendere le valige a casa del fidanzato per trasferirsi definitivamente da lui: era un uomo troppo importante per un’avventura di una notte. Gassman, spaventato, si tirò indietro, ma tra i due nacqua una fraterna amicizia.

Scheda
titolo: L’arcangelo
produzione: Italia
anno: 1969
regia: Giorgio Capitani
soggetto e sceneggiatura: Adriano Baracco, Giorgio Capitani, Renato Castellani, Steno
interpreti principali: Vittorio Gassman, Pamela Tiffin, Adolfo Celi, Irina Demick, Carlo Delle Piane, Jacques Stany, Tom Felleghy, Laura Antonelli

Collegamenti
L’arcangelo nell’IMDB
L’arcangelo su Film TV
L’arcangelo su Wikipedia
Colonna sonora de L’arcangelo in Soundtrack Collector

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