Pubblicato da: F.C.N. | 11 marzo 2018

Space Station 76

Dalla nascita del cinema, anzi, no, dalla nascita della fantascienza, abbiamo assistito a molteplici visioni del futuro secondo l’ottica dell’autore del romanzo o della sceneggiatura in questione, ma soprattutto secondo il gusto e la tecnologia disponibili all’epoca della sua stesura. Ogni “futuro” diventa un “futuro-passato” non appena gusti, design e tecnologie si evolvono o si involvono (nel caso del design soprattutto la seconda). Se negli anni Venti e Trenta del XX secolo assistevamo a futuri in cui si incarnavano magicamente le follie avveniristiche del futurismo (La vita futura, Aelita e, soprattutto, Metropolis), nel secondo dopoguerra, ecco che l’immaginario fantascientifico decade e si trasforma in veicolo di propaganda in clima di Guerra Fredda.

Sono le invasioni aliene a farla da padrona in quegli anni ed è quasi ozioso ricordare il loro incarnare la paura del mostro alieno comunista, smanioso solamente di invadere il mondo occidentale per annientare il suo stile di vita. In questo periodo infatti è minore la presenza di visioni future utopiche o distopiche, anzi, a ben pensarci non me ne viene nemmeno in mente nessuna, almeno fino allo stupendo L’uomo che visse nel futuro del 1960.  Qui vi ritroviamo raffigurato un futuro (avanti di centinaia di migliaia di anni!) pienamente early sixties, popolato da giovani surfisti biondi (mancano solo i Beach Boys in sottofondo) tiranneggiati da mostruosi trogloditi beat antropofagi, i celebri Morlock. Ancora negli anni Sessanta sono poche, però, le visioni del futuro degne di nota. Qualcosa vediamo nella bella serie cult creata da Irwin Allen Kronos, ma l’immaginario del futuro che si incarna in un paio di episodi poco si discosta da quello del decennio precedente e ci mostra improbabili esseri del futuro dalla pelle metallizzata, calati in scenari spogli e dotati di tecnologie esoteriche.

La stazione spaziale Omega 76

Bisogna attendere gli anni Settanta, o quasi, per vedere rappresentati scenari futuribili degni di attenzione, di una qualche credibilità, ma, soprattutto, di un fascino tale da renderli dei punti di riferimento per la fantascienza nell’immaginario collettivo, ma anche degli autentici cataloghi di accessori di design moderno. Sto parlando, ovviamente, della serie televisiva britannica creata da Gerry e Sylvia Anderson UFO. Prima di essa ci fu naturalmente anche Star Trek, con le sue tutine colorate (a tutt’oggi non ho ancora visto una divisa spaziale in grado di superare la bellezza di quelle della Flotta Stellare degli anni Sessanta) e il suo design lineare e spigoloso. Ma è soprattutto la televisione britannica a regalarci i migliori esempi di design futuristico, se si pensa anche alla successiva, e a mio avviso decisamente superiore, serie creata sempre dagli Anderson Spazio 1999, del cui design a lungo ci occupammo (circa un ventennio fa…) nella fanzine Abastor.

E poi il cinema. Sempre a ridosso degli anni Settanta ecco il futuro di 2001: odissea nello spazio, indiscusso capolavoro di Stanley Kubrick, non a caso coproduzione anglo-americana, ma girato per la maggior parte negli studi britannici, come sarà d’abitudine per il regista anche nei film successivi. Pellicola che darà il La alla visione del futuro che caratterizzerà il decennio successivo. Per tutti i Settanta assistiamo infatti prevalentemente a futuri in cui prevale il bianco (pensate anche solo ai due più importanti film diretti da George Lucas, L’uomo che fuggì dal futuro e Guerre Stellari, dove il bianco è spesso il colore dominante, non solo degli ambienti, ma anche di uniformi e abiti), design metafisici e artificiosi, ma che godono di una propria dignità, di una propria coerenza e, soprattutto, di un enorme fascino. Non siamo più davanti ai futuri un po’ ridicoli e assai improbabili delle antennine sui caschi e degli uomini con la pelle metallizzata visti in precedenza.

L’orto botanico

Il futuro degli anni Settanta è umano, quasi tangibile, ma rimane comunque sospeso, forse impossibile nel suo possibilismo. Il futuro di UFO e Spazio 1999 è tremendamente vicino: il primo dista circa un decennio, il secondo un quarto di secolo. Ma nel loro essere così raggiungibili, risultano molto più irreali e distanti di quanto lo possa essere un Blade Runner, che invece è reale, concreto, tangibile, persino probabile. Il futuro di Blade Runner è l’esatta antitesi del futuro degli anni Settanta: è un futuro cupo, piovoso, sovrappopolato, in cui la tecnologia diventa invadente e rumorosa. Il futuro degli anni Settanta è invece vuoto, bianco, lineare, pulito, ordinato, assente ogni invasione della pubblicità, la tecnologia è utile e a “misura d’uomo”. È insomma un futuro rilassante, in cui distendersi su una bella poltrona Elda Armchair, versarsi un bel bicchierone di whisky e fumarsi in tranquillità una, due, tre, dieci sigarette.

I futuri che vediamo negli anni Ottanta e Novanta sono spesso “brutti”, non solo nelle visioni visioni distopiche o post apocalittiche, quindi di per sé pessimistiche, ma brutti soprattutto nella loro rappresentazione estetica. Il futuro più popolare, e anche il primo che viene alla mente, nel cinema degli anni Ottanta dopo Blade Runner, è senz’altro quello di Ritorno al futuro parte II, grande trilogia e una delle migliori opere di fantascienza del decennio, che rappresenta un “futuro” (già nel nostro “passato”) 2015 caratterizzato da una tecnologia invadente e da abiti pacchiani (beh, c’hanno azzeccato…). Un futuro costruito sul gusto del periodo, con poche variazioni rispetto alla moda degli anni Ottanta, ma anche tangibile e realistico. Non assistiamo cioè agli scenari metafisici o all’artificiosità delle scenografie dei decenni precedenti, da qui in avanti il futuro sarà molto più concreto, reale, possibilista. E più nella finzione ci si avvicina alla realtà, più il futuro perde di fascino e di magia.

Il tenente Jessica Marlowe al suo arrivo alla stazione

Non sembra dunque esistere un “futuro” più “futuro” di quello rappresentato durante gli anni Settanta. C’è poco da fare. Persino la saga miliardaria di Guerre Stellari è stata costretta, dopo il depauperamento visivo operato dalla brutta seconda trilogia, a rifarsi all’originale immaginario degli anni Settanta. Perché quello che vedevamo in quel decennio era sostanzialmente un futuro più bello. E proprio questo è quello che hanno pensato gli autori di Space Station 76, film tratto da una pièce teatrale scritta dal regista stesso, passato completamente in sordina e di cui ignoravo persino l’esistenza. L’ho scoperto solamente sbirciando nel décolleté della filmografia di Liv Tyler (dove ho scoperto un altro bellissimo film di fantascienza, questo nemmeno doppiato in italiano, Robot & Frank). A quanto pare, infatti, in Italia il film non è nemmeno stato proiettato al cinema, venendo distribuito direct-to-video in DVD (destinato al noleggio, per altro). Questo è semplicemente scandaloso e, mi si permetta un po’ di polemica fine a sé stessa e anche un po’ ripetitiva (Carthago delenda est), è anche il sintomo della decadenza in cui versa da tempo il cinema, monopolizzato da insopportabili blockbusteroni supereroistici tutti uguali l’uno all’altro. Film di fantascienza intelligenti e godibili, addirittura dei quasi capolavori, ne vengono realizzati, ma nei nostri multisala arrivano solamente delle enormi vaccate. E Space Station 76 e Robot & Frank meritavano davvero molta più attenzione che non boiate come The Avengers, Deadpool o Batman v Superman: Dawn of Justice.

Donna mentre consulta un catalogo di moda tridimensionale col View-Master

Certo, Space Station 76, non  è un capolavoro come lo possono essere cultoni degli anni settanta quali ad esempio Zardoz o 2022: i sopravvissuti. Siamo ben lontani da questo, sia chiaro. Ma non è nemmeno una parodia del passato un po’ stupida e dimenticabile come lo è la saga di Astin Power (che alla sua prima visione mi è anche piaciuto, ma con gli anni, come si dice…? Mi è andato in vacca). Space Station 76 è invece un film abastorianissimo! Questa è infatti la prima cosa che ho pensato davanti alle immagini della stazione spaziale di rifornimento Omega 76 in un “futuro ambientato negli anni Settanta”! Il film è un vero e proprio omaggio, ben realizzato, filologicamente corretto, sorretto da un buon cast e una buona storia, che riesce a stare in piedi ed essere credibile (cioè, se non conoscessimo Liv Tyler, potrebbe anche passare veramente per un film girato negli anni Settanta). È una operazione retro-futurista realizzata con rispetto e devozione nei confronti di tutto l’immaginario di un’epoca.

Tanto di cappello allo scenografo Kat Wilson per la realizzazione della stazione spaziale e ai suoi ambienti, che vuole sposare il design futuristico degli anni Settanta con quello domestico della periferia urbana della medesima epoca. Gli interni della stazione sono chiaramente ispirati a quelli di Base Alpha (più la seconda stagione “americana”, che non la prima “europea”), mentre altri dettagli sono evidenti prestiti da altri celebri film dello stesso decennio. L’orto botanico, per esempio, è un fin troppo chiaro riferimento a 2002: la seconda odissea (catastrofico titolo italiano del bel film Silent Running), tanto che il suo giardiniere ne parla appunto come di un’oasi superstite dell’immensa flora che copriva un tempo la superficie terrestre e che, nel retro-futuro di Space Station 76, è ormai scomparsa.

Il Dottor Bot psicologo a bordo della stazione spaziale

Assolutamente affascinante la retro-tecnologia esibita nella pellicola, pensata come negli anni Settanta si poteva pensare un futuro non troppo lontano e composta da autentici oggetti di culto abastoriano. Ecco così che nella stazione spaziale, dove si bevono gran dosi di whisky e altri alcoolici e dove si fuma in continuazione (!), quando ci si vuole divertire in compagnia si gioca ad air hockey, mentre se si deve consultare un catalogo di moda, ovviamente non lo si fa certo collegandosi a Internet (cosa impensabile all’epoca) o consultando un CD-ROM, ma si guardano i capi della collezione sulle diapositive appaiate in dischetti attraverso un visore stereoscopico tipo View-Master! E così via, con robottini che fungono da psichiatri, che sembrano la versione mignon (e anche un po’ parodistica) del confessionale di THX 11-38, ricordando alla lontana anche altri automi similari visti in molte pellicole coeve, come Guerre Stellari o The Black Hole – Il buco nero. O ancora ologrammi tridimensionali che vengono salvati su memoria fissa in formato… videocassetta! Squisito poi il design dei costumi, così incredibilmente seventies, opera della costumista Tanya M. Lee, tranne gli alti stivali bianchi indossati da Liv Tyler, da questa acquistati in Italia negli anni Novanta e mai indossati in precedenza.

A bordo della stazione spaziale si gioca ad Air Hockey!

Dicevamo che è un futuro più bello quello di Space Station 76, ma certo non scevro da problematiche piscologiche. È un futuro più bello, ma non per questo più felice, insomma. Esattamente quello che ci volevano trasmettere i film di fantascienza degli anni Settanta ambientati in futuri distopici, come La fuga di Logan o la saga de Il pianeta delle scimmie. Ma soprattutto siamo molto dalle parti della commedia nera Dark Star di John Carpenter, anche se con toni meno pessimistici e, soprattutto, meno macabri. Ecco così che salendo a bordo della stazione spaziale Omega 76, ci si apre davanti uno scenario carico di ansie e nevrosi. Gli occupanti della stazione sono tutti afflitti da una serie di problematiche di carattere psicologico e caratteriale: questo è il tema portante della storia di questo film. Sono tutti infelici a cominciare proprio dalla frustrata femminista Jessica Marlowe (Liv Tyler), donna sterile, e per questo compatita dalla nevrotica Misty (perfettamente incarnata dall’attrice Marisa Coughlan), ma anche donna sola, senza amore e senza amici, che non riesce a instaurare una comunicazione neppure col genitore un po’ rintronato (Keir Dullea!!!). Non è felice il capitano Terry Glenn (Patrick Wilson), omosessuale afflitto da tremendi sensi di colpa che non vuole per questo rivelare la propria natura all’equipaggio e che cade in depressione dopo essere stato abbandonato dal suo amante (e secondo ufficiale) Daniel (Matthew Morrison). Non è felice la citata Misty, dipendente da alcool e barbiturici, madre nevrotica ed egoista fino al parossismo della sensibile Sunshine (Kylie Rogers), bambina sola e triste, che viene messa contro la nuova arrivata dalla madre possessiva e isterica. Né è felice il di lei marito Ted (Matt Bomer), dotato di un arto artificiale in sostituzione di una mano persa in un incidente sul lavoro (le norme di sicurezza non verranno applicate neppure nel futuro…), che usa per masturbarsi dato che la moglie gli nega anche quel po’ di sesso che renderebbe la vita sulla stazione spaziale meno pesante. Preferisce invece darla (senza comunque ottenere alcun godimento, dato che si rivela essere anorgasmica) a Steve (Jerry O’Connel), quest’ultimo marito della svaporata e opprimente Donna (Kali Rocha), tipica casalinga borghese sempre impegnata in attività superflue e superficiali che organizza la vita al coniuge fino ad arrivare a stipare in magazzino la suocera ibernata, pur di non averla tra i piedi durante il trasloco… Su tutto questo incombe un asteroide che, bocciato da una cometa, si stacca dalla fascia in cui ruotava indisturbato da eoni, dirigendosi minaccioso verso la stazione spaziale.

L’avanzata diagnostica medica ricorda un po’ Generazione Proteus

Space Station 76 non sarà un massimo capolavoro, ma è un bel filmetto destinato a diventare un piccolo oggetto di culto tra tutti gli abastoriani dotati di quel sesto senso filmico necessario per apprezzare pellicole in precario equilibrio tra commedia e citazionismo come questa, che si discostano decisamente tanto dal cinema mainstream volgare e fracassone quanto da quei noiosi esercizi stilistici autoreferenziali di tanto cinema d’essai. Gli abastoriani sapranno ritrovare in Space Station 76 le atmosfere, le citazioni, gli intrecci tra i personaggi, il gioco di rimandi, ma anche una trama che scava a fondo mettendo in luce miserie che, tanto nel passato quanto nel futuro, sono caratteristica dominante dell’essere umano. Un film che, secondo la mia opinione personale, non sfigura affatto nella videoteca abastoriana al fianco di film come Parigi o cara o Festa per il compleanno del caro amico Harold, perché mettono in scena drammi esistenziali del medesimo tipo, seppure trovandosi ad anni luce di distanza nello stile e nel gusto. Cercatelo dunque, perché il film merita almeno un paio di visioni attente a ricercare tutti gli spunti di ispirazione nel design, nei costumi e nella trama. Vi consiglio il DVD, uscito per il solo noleggio, ma tranquillamente acquistabile online per piccole cifre, data anche la presenza di un gustoso dietro le quinte che ci svela la genesi della pellicola e l’allestimento di set e costumi.

Scheda
titolo: Space Station 76
produzione: USA 2014
regia: Jack Plotnic
sceneggiatura: Jennifer Elise Cox, Sam Pancake, Jack Plotnic, Kali Rocha, Michael Stoyanov

Collegamenti
Space Station 76 nell’Internet Movie Database
Space Station 76 in CinemaGay.it
Space Station 76 in Fantasienza.com
Space Station 76 in MyMovies.it

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