Pubblicato da: F.C.N. | 21 febbraio 2012

Lift Up Your Voice And Sing

Lift Up Your Voice And Sing

La copertina dell'album

È risaputo che gli americani sono strani. I coloni che abitano i territori selvaggi e inospitali del Nuovo Mondo hanno usanze barbare, conseguenti all’habitat nel quale si trovano a dimorare. Si abbigliano in modo bizzarro, con strani cappellacci da mandriano, stravaganti camiciuole dai colori sgargianti e pantaloni di stoffaccia blu di cotone, su cui portano chiassosi stivali di cuoio decorati da ghirigori colorati. Girano armati, abitudine assai volgare, di sfarzose pistole riposte in vistosi cinturoni di cuoio. Si nutrono di strane polpette di carne condite con astruse salse in panini mollicci. E si esprimono in modo rozzo e plebeo anzi che no. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che vadano in giro per il mondo a sparare a ogni cosa che si muove!
Ai pargoli di quel Paese eccentrico vengon fatte ascoltare, tramite fonografo, allegre canzoncine inneggianti al Signore, alla Patria e al Presidente, in un’unica soluzione. Di tale microsolco propedeutico ne è pervenuta inaspettatamente una copia in Europa, vecchio mondo antico dai gusti ben più eleganti ed educati; e noi, gentiluomini dal gusto raffinato e sensibile, ce ne siamo appropriati per esaminare i misfatti di questo popolo dagli usi bizzarri. Lift up your voice and sing (“Alza la voce e canta”) è un LP destinato al pubblico infantile di cui ci siamo perdutamente innamorati.
Ritrovatolo nel fu Crash Records di Padova all’interno dei soliti scatoloni di 12” a € 1.00, nascosti sotto il bancone dove nessuno guarda, ma dove sappiamo bene di poter rinvenire sempre qualche preziosa chicca abastoriana. Scostato l’LP che lo precedeva (il solito, anonimo, discaccio di funky-soul-rythm’n’blues anni ’80), questo vinile è stato avvolto da un raggio di luce proveniente dall’alto, manifestandosi così in tutta la sua sacra verità divina. A tratti farneticante, il microsolco è un viaggio allucinatorio nei gironi infernali del cristianesimo a stelle e strisce. La povertà della strumentazione e dello studio di registrazioni è imbarazzante, ma la Fede non si arresta davanti a nulla, facendo cantare bimbetti biondi su musichette mollicce dagli arrangiamenti scialbi – sul genere di quelle che potremmo ascoltare in una chiesa evangelica – canzoni pregne di mistica religioso-patriottica. Gli USA sono la terra del latte e miele e gli americani il popolo eletto, non dimentichiamolo. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 12 febbraio 2012

Palle

Squallor - Palle

La copertina dell'album

Palle è l’album in cui troviamo espressa al meglio l’arte sopraffina degli Squallor, uno dei dischi più sperimentali, innovativi, geniali, eleganti e completi. La titletrack è opera di Pippo Caruso: sì, proprio il direttore d’orchestra degli spettacoli nazional-popolari con Pippo Baudo, ed è un autentico madrigale a canone di stampo cinque-seicentesco nel quale il coro intona “paaalle” ripetutamente in ogni variante possibile.
Sperimentazione pura ritroviamo poi nel pezzo Marcia Longa che apre il lato B: due voci si sovrappongono raccontando una sorta di “telecronaca” non-sense (sarà quella della “cronaca in diretta” una delle soluzioni spesso adottate dagli Squallor), non si potrebbe capire nulla se non avendo l’accortezza di ascoltare prima la voce sul canale destro e poi quella sul canale sinistro! Sono una donna, non sono una santa è una spietata cover-parodia del celebre brano cantato da Rosanna Fratello nel 1971, embeh? Nulla di particolare, non fosse che qui a cantarla è… un uomo! Scelta provocatoria per i tempi in cui è stata registrata. Ritroviamo la stessa provocazione e lo stesso prendere e prendersi in giro, giocando con il tema dell’omosessualità, in modo scorretto ma geniale, nel brano che chiude il disco, Veramon, dove due uomini duettano scambiandosi frasi d’amore in uno pseudo-francese.
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Pubblicato da: F.C.N. | 5 febbraio 2012

Giallo a Venezia

Giallo a Venezia

Edizione Home Video

Che clamorosa boiata questo film! Un giallo-thrilling di serie z girato a Venezia da un manipolo di sprovveduti, cui fa capo Mario Landi, regista televisivo altrimenti bravo, a cui dobbiamo cose come Le inchieste del comissario Maigret e il bel Dossier Mata Hari, sul quale mi riservo prima o poi di tornare.
La trama è una cosa invereconda. Una insulsaggine assemblata alla meno peggio: Flavia (Leonora Fani) e Fabio (Gianni Dei), una coppia sposata, viene trovata morta a Venezia (a la Giudecca, non ci viene detto, ma il luogo del delitto è chiaramente quello, N.d.R.). Uno squinternato commissario di polizia, DePaul (Jeff Blynn), che mangia di continuo uova sode (ma perché? ma che senso ha?) e muove troppo le mani, indaga. Nel frattempo si aggiungono altri omicidi efferati: una prostituta uccisa conficcandole delle forbici nella vagina (cosa che la fa sanguinare dalla bocca!), l’amante di Marzia (Mariangela Giordano), un’amica della coppia uccisa già interrogata dalla polizia, e infine la stessa Marzia, a cui l’assassino sega una gamba e la chiude in frigorifero. L’assassino, con occhiale a specchio tamarrissimo – che fa tanto losco individuo, no? – è l’ex di Marzia, geloso e vendicativo, ecc. ecc. Però non c’entra un piffero con Flavia e Fabio. Allora i sospetti si spostano sull’amico di Flavia (Vassili Karis), che mi pare faccia il disegnatore pubblicitario o qualcosa di simile, che, innamorato di Flavia era disposto a uccidere per liberarla dalle perversioni del marito: sì, perché, non ve l’ho detto, ma lui la costringeva a perversioni tanto inenarrabili, che non hanno il coraggio di mostrarcele: al loro posto continui amplessi tra Flavia e Fabio, due frustate (proprio due di numero, eh), un po’ di voyerismo, lei che si masturba e soprattutto una gran noia, tanta che durante le scene di sesso si trova tranquillamente il tempo per fare altro (no, non quello che pensate). Insomma, solo alla fine, il vecchiotto interrogato dalla polizia all’inizio del film, si pensa di rivelare quello che ha visto dalla sua finestra il giorno del delitto: [spoiler] due portuali si sono trombati Flavia mentre il marito guardava (a quanto pare gli unici veri testimoni del delitto che poi non si sono pensati di raccontare quanto hanno visto alla polizia, mah…), lei stanca di subire queste manie sessuali uccide Fabio con una forbice e poi si tuffa in acqua e annega. L’amico disegnatore arriva in quell’istante, cerca di salvare Flavia, ma la porta a riva già esanime. Scena finale: lui afferra l’arma del delitto (le forbici) e le guarda con stupore [/spoiler]. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 28 novembre 2011

Il suono a 3 dimensioni

Introduzione al suono a 3 dimensioni

La copertina del disco

Se non lo sapevate “Stereofonico significa suono proveniente da differenti sorgenti, in differente  locazione, con differenti livelli di volume in due o più canali sonori separati”. Negli anni ’70, il sistema hi-fi stereo, da oggetto esclusivo, destinato ad una élite di danarosi predestinati, si diffonde anche alle masse incolte. Ormai si prendono e si mettono in soffitta quei vecchi macinini rappresentati dalle fonovalige monoaurali e i mangiadischi vengono via via dati in pasto alle piccole belve assetate di 45 giri. Al loro posto cominciano a troneggiare nei salotti e nelle camere dei più fortunati monumentali impianti stereofonici la cui dislocazione viene studiata sistematicamente e calibrata per ore e ore, avvalendosi spesso della consulenza di amici di amici con una qualche vaga infarinatura di elettrotecnica, che millantano un’approfondita conoscenza della materia.
Così, in quell’era di rivoluzioni e di cambiamenti fondamentali per l’umanità, l’uomo, che sta per apprestarsi a compiere un nuovo sorprendente passo – la stereofonia in tutte le case, appunto – va adeguatamente istruito. A tale scopo si manifestano all’improvviso, e quasi sempre a diffusione gratuita, una serie di dischi atti proprio a educare lo sprovveduto acquirente su ciò che sta accadendo intorno alle sue orecchie. Oggi questi microsolchi sono destinati alle collezioni di attenti abastoriani, e nella loro struttura poco si differenziano l’uno dall’altro: treni che si avvicinano e si allontanano con il celebre effetto Doppler; estenuanti partite di ping-pong; passaggio di auto in corsa; suoni elettronici di varia natura per aiutarvi a trovare le casse dello stereo sperdute dietro poltrone e divani… Insomma, il solito campionario di effetti speciali per meravigliare l’ascoltatore e convincerlo ad acquistare l’impianto o i dischi di quella marca. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 12 novembre 2011

Oltre l’Eden

Oltre l'Eden

Locandina del film

Pensare che essere abastoriani significhi rotolarsi nel pantano dell’infinitamente “trash” è un errore madornale che troppe persone troppo spesso commettono. Il motto di Abastor, “né trash né chic”, comporta non solo una negazione aprioristica di appartenenza a una posizione manicheista di parte, ma anche il rifiuto dello snobismo tanto intellettualoide quanto “trasharolo” – espressioni entrambe del medesimo atteggiamento di rifiuto pregiudiziale nei confronti di una parte del patrimonio culturale. L’abastoriano non ha pregiudizi di sorta e passa con la massima nonchalance dal b-movie al cinema d’essai: importanti entrambe le espressioni al fine di quella Conoscenza a cui il bigotto partigiano dominato dal cieco assolutismo non potrà mai assurgere, fino a che non trascenderà dalla sua posizione ideologica.
Alain Robbe-Grillet è parte di quel mondo che un frettoloso e superficiale giudizio porterebbe a pensare essere all’opposto di Abastor, il mondo della letteratura e del cinema d’arte. Alain Robbe-Grillet è un personaggio forse sconosciuto ai più, ma assai importante nella definizione di quel movimento letterario che prende il nome di Nouveau Roman e al quale i tanti estimatori dello spesso sopravvalutato cinema di David Lynch (in particolare Mullholand Drive) dovrebbero sentirsi debitori.
La letteratura di Robbe-Grillet è onirica, un percorso costruito affiancando più realtà parallele, in cui la trama spesso si dipana mostrando le varianti alternative immaginabili in cui si può snodare un dato evento. Così è ad esempio nel romanzo Casa d’appuntamenti o nei film Gradiva e L’uomo che mente. Ma non è solo questo e non è così semplice. Le sue trame sono anche spesso una serie di quadri sfumati, non bene identificabili, come nel romanzo Ricordi del Triangolo d’Oro o come in questo Oltre l’Eden: una serie di immagini ben costruite, la cui trama è nel suo assieme spesso incomprensibile, quando non volutamente inconsinstente. C’è però sempre un filo rosso che unisce i vari fotogrammi, una presenza, un oggetto, un’idea. Sequenza di immagini che può tranquillamente venir modificata, andando a costruire un’altra storia. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 18 ottobre 2011

Sexandroïde

Sexandroide

Copertina della videocassetta

Sexandroïde (a.k.a. Les Sexandroïde, a.k.a. Les Sex Androïde, a.k.a. Sexandroïdes, ecc.), anche conosciuto con il nome esteso di Le Dagyde/Le Sexandroïde/Les dents de l’amour, è un delirante horror-erotico girato da un regista francese dedito al porno e occasionalmente prestato all’horror, Michel Ricaud.
Il film non ha una trama vera e propria, ma è diviso in tre (in alcune versioni si parla di quattro) episodi tra loro del tutto slegati e pretesto per esibire scene gore/soft-core. Nel primo episodio incontriamo così una biondina seduta sul trespolo di un bar che viene inspiegabilmente fatta oggetto di una pratica voodoo dalla mano di un anonimo stregone (forse il suo ex-fidanzato?). Egli si serve della foto e di alcuni oggetti della signorina, e di una statuetta di cera su cui sfogherà tutta la sua rabbia. La poveretta si rifugia in bagno, dove, dopo aver vomitato, viene costretta a strapparsi gli abiti di dosso e, quindi, comincia a sanguinare da delle ferite che compaiono nei medesimi punti dove degli spilloni vengono conficcati nella bambolina di cera. Finirà accecata ed esangue nell’angusta toilette del locale.
Il secondo episodio è certamente il più interessante della pellicola, anche per alcuni trucchi che, nonostante la costruzione amatoriale della pellicola, risultano talmente realistici da far dubitare che di finzione si tratti. Una dark lady bruna, viene spinta, da un’oscura forza e da una misteriosa voce fuori campo, in uno scantinato dove si trova un altare. Qui viene spinta a giocare con due bracieri, strapparsi gli abiti di dosso (a ridaje…) e a mettersi a disposizione di un losco figuro che scopriamo essere una sorta di mostro di Frankenstein che si diletta di prestidigitazione: farà apparire un topo vivo nella bocca della protagonista e farà sanguinare una rosa. Abbandonati questi lazzi di dubbio gusto, si dedica alla signorina che renderà protagonista di una raffinata tortura con spilloni e lame affilate, in un trionfo sanguinolento che terminerà con la stessa vittima che si taglierà un capezzolo dandolo in pasto al mostrone… ma alla fine l’amore trionfa e i due, ricoperti di sangue, se ne andranno via, mano nella mano, in un tripudio di surreale macabro romanticismo. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 17 ottobre 2011

Il disco della bellezza vera

Il disco della bellezza veraC’è chi usa la musica per insegnare a scrivere a macchina e c’è chi usa la musica per… insegnare a truccarsi! È questo il caso di Elena Melik, redattrice di Grazia di origini armene ed esperta di cosmesi dall’immancabile “erre” moscia. Il reperto è tanto prodigioso che non può fare a meno di assurgere subitaneamente a feticcio degno di fanatica ammirazione: si tratta di autentica Incredibly Strange Music, seppure la musica non sia un fattore fondamentale nella composizione del disco. La melodia è infatti qui utilizzata unicamente per il suo ritmo: potrebbe tranquillamente svolgere il suo compito un metronomo, laddove, invece troviamo ad affaticarsi per guadagnarsi il pane un anonimo chitarrista intento ad esibirsi in Shake, Tango e Mazurka. Costui è un giovanotto dalla parlata sterilmente atona, ribattezzato frettolosamente “John”, perché un rockettaro non può certo chiamarsi Giovanni, Giacomo o Giuseppe: un nome anglofono ne nobilita la posizione, permettendo di perdonargli anche la pochezza di talento e la scarsa padronanza dello strumento che dimostrano le sue esecuzioni.
Nelle note di copertina, ci vien subito chiarito un aspetto importante dell’autrice: “A chi chiede il segreto del suo successo, Elena Melik, la più nota esperta di Bellezza d’Italia risponde molto semplicemente: «La sincerità: non ho mai consigliato ad una mia lettrice un prodotto o un metodo di cura che non abbia personalmente provato su me stessa o su una mia collaboratrice». Ma forse il successo della Melik dipende anche da un altro ingrediente che essa adopera sia nella sua vita professionale che nella sua vita privata: l’entusiasmo per la Bellezza, in qualsiasi forma essa si presenti. Da qui la sua passione per gli animali, per i gioielli antichi – di cui è espertissima collezionista -, per l’antiquariato, per le arti figurative e per la moda. Passioni molto femminili, naturalmente, che contribuiscono a tenerla vicina al mondo ed agli ideali della Donna. Nata a Leningrado da madre russa di origine armena e da padre italiano, scenografo all’opera di Pietroburgo, Elena Melik iniziò ad occuparsi di bellezza dopo la guerra e divenne l’Esperta di Grazia nel 1951. Ha sempre vissuto nel cuore di Milano, in un piccolo appartamento ricco dei preziosi ricordi di una vita vissuta tra le grandi capitali d’Europa.” Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 25 settembre 2011

La voce del calcolatore

La voce del calcolatore

Il 7" flexy contenente la "voce del calcolatore"

Nel 1978 ci si immaginava un futuro governato da calcolatori elettronici e da altre diavolerie che il progresso ci avrebbe portato: computer e telefoni portatili, televisione satellitare e via cavo, videotelefoni e altre invenzioni bizzarre. È scontato persino parlarne, ciò che invece non è scontato è immaginare la forma che queste avveniristiche fantasie avevano nella visione dell’epoca. Oggi gli annunci nelle stazioni e le fermate di treni, autobus, tram e metropolitane, vengono annunciati da computer, ma si tratta di campioni, pezzetti, cioè, registrati da esseri umani, che vengono messi assieme da un’intelligenza artificiale. A fine anni settanta si era invece intrapresa un’altra strada, quella della sintesi vocale, cioè un computer che, attraverso una serie di complessi algoritmi, imita la voce umana e le sue intonazioni.
Ecco così che i ricercatori dello CSELT nel 1975 mettono a punto il MUSA, un sistema di sintesi vocale che si basa sull’unione di più difoni, cioè di suoni base formati da vocale+consonante. La voce del calcolatore è infatti il frutto dello CSELT (Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni s.p.a.) di Torino, appartenente al gruppo IRI-STET e assorbito nel 2001, assieme ad altri laboratori italiani, da Telecom Italia Lab, che dedica le sue ricerche e sperimentazioni a svariati campi multimediali, non per ultimi quelli concernenti la compressione digitale di musica e immagini: è nei laboratori CSELT che si sperimentano infatti i futuri formati di MP3 o MPEG, proprio per opera dei padri di tali standard. Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 14 agosto 2011

Milanese con pedigree

Giorgio Porcaro - Milanese con pedigree

Copertina del disco

Ricordate quel curioso personaggio biondiccio che faceva il “terrunciello” nel medesimo stile di Diego Abatantuono tra il 1980 e il 1982? Costui era Giorgio Porcaro. Porcaro e Abatantuono avevano iniziato ad esibirsi assieme al Derby di Milano negli anni settanta, e poi in televisione su Raidue, all’interno del varietà del cosiddetto “Gruppo Repellente” (formato, oltre che da Giorgio Porcaro e Diego Abatantuono, anche da Teo Teocoli, Massimo Boldi, Mauro Di Francesco e Giorgio Faletti). Entrambi erano riccioluti e baffuti, ma la paternità del “terrunciello” è sempre stata di difficile attribuzione: pare l’abbia inventato Enzo Jannacci, facendo ripetere ad Abatantuono la caratteristica parlata propria di Giorgio, che non era impostata.
I due inscenavano degli sketch nei quali i due, svolgendo i mestieri più disparati, finivano sempre per incontrarsi e contrapporsi in accesi batibecchi, terminando col darsi reciprocamente del “terrone”. Poi Diego Abatantuono ha imboccato la strada del successo, ripetendo modularmente il suo personaggio in numerose commedie, e il suo “terrunciello” è diventato IL “terrunciello” anche grazie ad un certo qual phisique du rôle con il quale il biondo Giorgio Porcaro non poteva rivaleggiare. Invece per Porcaro, dopo un paio di film di serie Z (tutti girati tra il 1981 e il 1982, eccetto Gli inaffidabili diretto da Jerry Calà nel 1997) e qualche show in televisioni locali, è calato l’ingiustificato l’oblio: lo show-biz italiano era troppo piccolo per due “terruncielli”! Continua a leggere…

Pubblicato da: F.C.N. | 26 luglio 2011

Cicciolina amore mio

Cicciolina amore mio

La locandina del film

Cicciolina amore mio, diretto da Amasi Damiani, Bruno Mattei e Riccardo Schicchi – talent scout e fotografo dell’attrice, che ne scrive anche soggetto e sceneggiatura – è una piccola gemma di ingenuità, un manifesto erotico-psichedelico-futurista che gioca con il personaggio, infantile, giocherellone e un po’ svampito, di Cicciolina, figura costruita durante gli anni settanta che Ilona Staller si trascinerà per il resto della sua carriera.
Il film ha come protagonista, oltre a Cicciolina, Riccardino (Giancarlo Marinangelo), alter ego dello stesso Schicchi che vive con una sorella femminista e lesbica per moda. Lui, ascoltando Ilona Staller a Radio Luna durante le sue celebri trasmissioni, sogna. Sogna una Cicciolina/Lady Godiva immersa in luci colorate cavalcare un bianco cavallo, fare l’amore con sé stessa e con uomini senza volto… Insomma, un sogno con il filtro flou dove Cicciolina è vista come una sorta di divinità ancestrale, di Venere dispensatrice di eros e puerilità.
Sogna, sudando vistosamente ai pensieri peccaminosi che la sua Cicciolina gli procura, ma, strano a dirsi, non si tocca: le mani di Riccardino sono sotto la sua testa, anziché, come dovrebbero a questo punto, sulla patta dei suoi pantaloni. Cosa più unica che rara in questo genere di pellicole erotico-trash di fine anni settanta, Riccardino è una sorta di asceta votato all’amore spirituale nei confronti della sua dea, che gira in motorino per le vie della capitale lasciando scoprire dal vento quella parte del corpo normalmente destinata a rimane nascosta… Il tutto tra le incitazioni dei vari macchinisti romani, che rischiano anche un tamponamento a catena pur di ammirare la pelosa intimità della Staller. Continua a leggere…

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